L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • La grazia divina

    Compilazione

    [The Grace of God]

    Il Dio della Bibbia è «il Dio di ogni grazia» (1 Pietro 5:10). La grazia è amore, ma un amore di tipo speciale. È un amore che si abbassa, che si sacrifica e serve, un amore che è buono con chi è sgarbato, generoso con gli ingrati e gli immeritevoli. La grazia è il favore di Dio, libero e immeritato, che ama i non amabili, che cerca i fuggitivi, soccorre i disperati e solleva il mendicante dal letamaio per farlo sedere in mezzo ai principi.

    Fu la grazia a spingere Dio a stabilire il suo patto con un popolo in particolare. La grazia di Dio è un patto di grazia. Sì, è vero, viene anche mostrata a tutti, senza distinzione. È chiamata la sua «grazia comune«, mediante la quale dà indiscriminatamente a tutti gli uomini benedizioni come ragione e coscienza, amore e bellezza, vita e cibo, matrimonio e figli, lavoro e tempo libero, un governo stabilito e molti altri doni.

    Tuttavia, la creazione di un patto speciale tra Dio e un popolo speciale può essere descritta come un suo caratteristico atto di grazia; poiché con esso prese l’iniziativa di scegliersi un popolo e di impegnarsi a essere il loro Dio. Non scelse Israele perché fosse più grande o migliore di altri popoli. Il motivo della scelta dipese da Lui, non da loro. Come spiegò Mosè: «Il Signore … ha riposto il suo amore su di voi … perché il Signore vi ama» (Deuteronomio 7:7–8). […]

    In origine «redenzione» non era un termine teologico ma commerciale. Spesso nell’Antico Testamento (come anche oggi) leggiamo della redenzione di un terreno che era stato alienato dalla proprietà di un uomo, o ipotecato.

    C’erano anche persone che dovevano essere redente, come schiavi e prigionieri. In ciascun caso qualcosa o qualcuno doveva essere comprato, anzi ricomprato, da qualche stato di alienazione o schiavitù. Redimere significava comprare la libertà di qualcuno, recuperare con un pagamento una cosa che era stata persa. […]

    Questo è lo sfondo veterotestamentario della grande opera di redenzione di Gesù Cristo. L’alienazione e la schiavitù dell’umanità sono spirituali. È stato il nostro peccato — la nostra ribellione contro Dio e contro il benessere del nostro prossimo — a renderci schiavi e a separarci da Dio. L’uomo nel peccato è un uomo sotto giudizio; per la nostra ribellione non meritiamo altro che la morte.

    È in questa situazione di impotenza e disperazione che venne Gesù Cristo. Prese la nostra natura quando nacque e la nostra colpa quando morì. Nel linguaggio nudo e crudo del Nuovo Testamento prima «si è fatto carne», poi «è diventato peccato» e infine «è diventato maledizione» per noi (Giovanni 1:14; 2 Corinzi 5:21; Galati 3:13). Perché la semplice verità è che prese il nostro posto. Si identificò così a fondo con noi, nella nostra situazione difficile, che portò i nostri peccati e morì la nostra morte. […]

    Ora è descritto come “seduto alla destra di Dio”, mentre riposa dalla sua opera di redenzione ormai terminata ed è incoronato di gloria e onore. Ha vinto per noi una «redenzione eterna» (Ebrei 9:12). —John Stott1

    Un amore che si china

    La grazia è favore in assenza di merito. La grazia è amore che si china. A quelli che si meritano niente, la grazia dà tutto in cambio di niente (Efesini 2:8–9).

    Donald Barnhouse ha detto: «L’amore rivolto verso l’alto è culto, adorazione; l’amore rivolto all’esterno è affetto; l’amore che si china è grazia». La parola usata nell’Antico Testamento per grazia (chen) significa «piegarsi». Dio tratta con gli umili (Romani 12:16), corre incontro ai peccatori (Luca 15:20) e ama gli impossibili da amare (Romani 5:6). […]

    La grazia non è influenzata dalle dimensioni del peccato, come Gesù non era influenzato dalla gravità delle malattie delle persone che guariva. La grazia salvò il «primo dei peccatori». Paolo pensava che, se ci fosse stata una classifica di peccatori, lui sarebbe stato il primo; tuttavia, la grazia del Signore «è sovrabbondata» in lui (1 Timoteo 1:14–15).

    La grazia salvò pubblicani e peccatori. Gesù operò miracoli in mezzo ai disprezzati dall’élite religiosa. (Luca 7:34). Anche se pubblicani e peccatori pensavano che la religione non facesse per loro, Gesù insegnò che la gente «buona», come i farisei, non aveva il monopolio della religione. Anzi, gli ipocriti sono stati lasciati fuori dal regno, mentre molti degli ex empi ce l’hanno fatta (Matteo 21:43). Gesù non venne per «chiamare dei giusti, ma dei peccatori» (Matteo 9:13).

    La grazia salvò pagani e depravati. Nell’Impero Romano non c’erano Las Vegas, Rio o San Francisco, ma c’era Corinto. I suoi cittadini erano molto noti per la loro immoralità. Evangelizzare là intimorì il cuore temprato del missionario veterano Paolo (Atti 18:9–10; 1 Corinzi 2:3). Certamente, pensò, sto sprecando il mio tempo qui. Ma il Signore sapeva ciò che Paolo ignorava. Persone i cui nomi erano scritti nei registri della polizia presto saranno scritti in cielo (Filippesi 4:3). […]

    Quando Paolo, già anziano, scriveva il suo ultimo libro, era fiducioso nella grazia divina: «So in chi ho creduto e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito» (2 Timoteo 1:12). Quando il suo corpo ebbe problemi fisici, Gesù gli disse: «La mia grazia ti basta» (2 Corinzi 12:9). Davide osservò: «Io sono stato giovane e sono anche divenuto vecchio, ma non ho mai visto il giusto abbandonato, né la sua discendenza mendicare il pane» (Salmi 37:25). […]

    Dio ci ha comprati a gran prezzo: la vita di Gesù (Efesini 1:7). Quando Gesù pagò per noi, ci rese liberi; e se «il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi» (Giovanni 8:36). —Allen Webster2

    Grazia Eterna

    Alcuni di quelli che credono che i cristiani possano perdere la salvezza non interpretano «eterno» come «per sempre», ma piuttosto come un tipo di vita in relazione a Dio, che possono avere per un certo periodo e poi perdere. Comunque, questo concetto non concorda con il significato della parola greca aiōnios, che è quella più utilizzata nelle Scritture per perenne, eterno. La definizione di aiōnios è: senza fine, che non cesserà mai, eterno, perenne.

    La vita eterna è presentata in contrasto a giudizio, condanna e separazione da Dio. Chi riceve Gesù ed è nato di nuovo, non è condannato: è stato redento dalla morte di Cristo sulla croce (Giovanni 3:17–18).

    La salvezza non mette fine al peccato nella nostra vita. Come cristiani dobbiamo sempre sforzarci di superare il peccato, ma gli esseri umani hanno una natura peccatrice e di conseguenza tutti noi pecchiamo; quando succede, dobbiamo chiedere perdono a Dio. Anche se i nostri peccati hanno conseguenze sulla nostra vita spirituale, perché influenzano il nostro rapporto personale con Dio, non causano la perdita della salvezza. Potremmo subire le conseguenze dei nostri peccati ed essere castigati, perché Dio, da buon genitore, cerca amorevolmente di insegnarci e addestrarci; ma non perdiamo il nostro posto come figli di Dio, adottati nella sua famiglia (Ebrei 12:6, 8, 10–11).

    Come figli di Dio, siamo eredi della vita eterna. È l’eredità che ci è promessa mediante la salvezza.

    «Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna» (Tito 3:4–7).

    Essendo giustificati per fede, cioè salvati mediante il sacrificio di Gesù, siamo titolari di un’eredità incorruttibile, conservata nei cieli per noi e custodita dalla potenza di Dio.

    Dio ha promesso la salvezza; Gesù l’ha adempita attraverso la sua morte e risurrezione; lo Spirito Santo la garantisce. La nostra salvezza è sicura, permanente ed eterna. Una volta che l’abbiamo avuta, non possiamo perderla.

    Potremmo avere delle momentanee mancanze di fede, ma queste mancanze di fede e di ubbidienza non cambiano la nostra posizione legale di eredi, di individui giustificati dal sangue di Gesù (Romani 5:9). Chi è stato salvato, chi ha ricevuto Gesù ed è nato di nuovo, non perde la propria salvezza.

    I cristiani che hanno accettato Gesù come Salvatore e sono nati di nuovo sono salvati in modo permanente. Abbiamo ricevuto la salvezza eterna, il dono d’amore di Dio. Abbiamo la vita eterna, siamo riconciliati con Dio e vivremo per sempre — tutto perché Dio ci ama e Gesù è morto per noi, perché potessimo ricevere il dono meraviglioso della salvezza.

    Dio è il vero, giusto giudice; è Lui che conosce il cuore e i motivi di ogni persona, che capisce tutto di ognuno di noi. Desidera ardentemente che tutti siano salvati. Ci ama tutti e fa liberamente dono della salvezza a tutti quelli che la vogliono ricevere. —Peter Amsterdam

    Pubblicato originariamente sull’Ancora in inglese il 4 ottobre 2022.


    1 Understanding the Bible (Scripture Union, 1978).

    2 https://housetohouse.com/gods-amazing-grace.

  • Giu 19 Il mio Spirito all’opera in te
  • Giu 16 Quando Dio non ci concede i desideri del nostro cuore
  • Giu 15 Emanare sempre di più la sua radiosità
  • Giu 12 Chi tira i fili?
  • Giu 11 Accettare i cambiamenti nella natura e nella vita
  • Giu 8 Avere sempre più perseveranza, parte 2
  • Giu 6 La presenza di Dio nei momenti di depressione
  • Giu 5 Dio si prenderà cura di te
  • Giu 2 Pensieri pieni di fede
   

L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • La vita di un discepolo, parte 10: la nostra vita lavorativa

    L’angolo dei direttori
    Peter Amsterdam, 28 aprile 2026

    The Life of Discipleship, Part 10: Our Work Life

    La maggior parte delle persone del mondo trascorrerà una parte significativa della propria vita lavorando, attività che generalmente si svolge in un ambiente di lavoro, anche se al giorno d’oggi tale ambiente può essere anche virtuale. È evidente che il lavoro – sia esso in un contesto laico o in uno missionario-cristiano – occuperà gran parte del nostro tempo per gran parte della nostra vita adulta. In molti casi, ciò comporterà il lavorare con persone il cui sistema di opinioni e la cui visione del mondo potrebbero differire dai nostri. Quindi, come cristiani, come integriamo la nostra vita lavorativa nel nostro discepolato?

    Cominciamo col vedere cosa dice la Bibbia riguardo al lavoro.

    Le Scritture generalmente presentano una visione positiva del lavoro. Prima che il peccato entrasse nel mondo, Dio ordinò ad Adamo ed Eva di lavorare, quando disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta» (Genesi 1:28). «Il Signore Dio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse» (Genesi 2:15).

    Il lavoro non fa parte della condizione umana decaduta, ma della creazione «molto buona» di Dio (Genesi 1:31). Nel libro della Genesi, la creazione del mondo da parte di Dio è indicata come una sua opera, un lavoro. «Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta» (Genesi 2:2). Vediamo anche che il quarto dei Dieci Comandamenti fa riferimento sia al non lavorare il settimo giorno, il sabato, sia al lavorare gli altri giorni della settimana. «Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo» (Esodo 20:9–10).

    Vediamo che fin dall’inizio della sua creazione, Dio stabilì il lavoro come parte del suo piano per la prosperità umana. Timothy Keller lo ha commentato come segue:

    Il libro della Genesi ci rivela una verità sorprendente: il lavoro faceva parte del paradiso. Uno studioso della Bibbia lo ha sintetizzato così: «È perfettamente chiaro che il piano benevolo di Dio ha sempre previsto che gli esseri umani lavorassero o, più precisamente, vivessero in un ciclo costante di lavoro e riposo». […] Faceva parte del disegno perfetto di Dio per la vita umana, perché siamo stati creati a immagine di Dio e parte della sua gloria e della sua felicità è il fatto che Egli lavora, come fa anche il Figlio di Dio, che disse: «Il Padre mio opera sempre fino ad ora e anch’io opero» (Giovanni 5:17) […]

    Sebbene i dodici apostoli di Gesù abbiano lasciato le loro reti dopo averlo incontrato (Luca 5:11), in seguito li vediamo continuare il loro mestiere di pescatori. Vediamo Paolo continuare a lavorare come fabbricante di tende mentre svolgeva il suo ministero di evangelizzatore. Non si tratta di uomini che incontrano Cristo e smettono il loro «lavoro secolare», o che riducono la loro intensità e passione. Al contrario, ciò che cambiò per sempre fu il rapporto dei discepoli con il loro lavoro. Gesù mostrò loro il quadro generale, anzi, Lui stesso era quel quadro generale. Li chiamò in modo molto preciso a un tipo di pesca che andava oltre la loro: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini» (Luca 5:10). In altre parole, Lui veniva a redimere e guarire il mondo e invitò i suoi discepoli a far parte di questo progetto. Ora avevano un’identità e un significato scollegati dal loro lavoro o dalla loro situazione finanziaria. In tal modo potevano allontanarsene (se necessario) o riprenderlo o affrontarlo in modo diverso da prima. […]

    Il lavoro è uno dei modi in cui ci rendiamo utili agli altri, invece di vivere una vita esclusivamente per noi stessi. Inoltre, il lavoro è uno dei modi in cui scopriamo chi siamo, perché è attraverso di esso che arriviamo a comprendere le nostre capacità e i nostri talenti particolari, una componente fondamentale della nostra identità. […] Come estensione dell’opera creativa di Dio, il lavoro del cristiano è orientato verso di Lui e dobbiamo chiederci come lo si possa svolgere in modo particolare e per la sua gloria. Come estensione dell’opera provvidenziale di Dio, il nostro lavoro è orientato verso il nostro prossimo e dobbiamo chiederci come è possibile svolgerlo in modo eccellente e per il bene degli altri.1

    Nel Nuovo Testamento troviamo riferimenti positivi al lavoro. Ad esempio, leggiamo che in alcuni periodi, durante i suoi viaggi missionari, l’apostolo Paolo lavorò come fabbricante di tende (Atti 18:2–3). In un altro punto, Paolo fa riferimento al suo esempio di «affaticarsi» per provvedere ai propri bisogni e a quelli dei suoi compagni di viaggio (Atti 20:33–35). In Efesini, scrisse dell’importanza del lavoro dicendo: «Si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno» (Efesini 4:28).

    Nella sua lettera alla comunità di Tessalonica, Paolo sottolineò l’importanza che i credenti si mantenessero lavorando. «[Cercate di] vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno» (1 Tessalonicesi 4:11–12). Nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, Paolo esortò la chiesa a imitare il suo esempio di lavoro, e proseguì «ordinando ed esortando» i credenti «a svolgere il proprio lavoro con tranquillità e a guadagnarsi il pane che mangiano» (2 Tessalonicesi 3:7–12).

    Naturalmente, non tutto il lavoro viene retribuito economicamente. Uno dei compiti più importanti è quello dei genitori e di chi si occupa della casa, anche se tale lavoro non è retribuito. Anche il volontariato è molto importante, poiché le persone donano generosamente il proprio tempo per aiutare gli altri, per esempio attraverso la propria chiesa o altre organizzazioni. Il lavoro missionario è un compito di enorme importanza, che spesso è svolto su base volontaria e spesso dipende dalle donazioni e dal sostegno di altri. Molti cristiani devoti sono chiamati da Dio a dedicare la propria vita al suo servizio, diffondendo il Vangelo nel loro campo di missione o lavorando in progetti di aiuto umanitario senza ricevere uno stipendio regolare per il loro lavoro.

    Qualunque sia il lavoro a cui il Signore ci chiama – retribuito o non retribuito – come credenti siamo chiamati a essere un buon esempio di Gesù e della nostra fede per gli altri. Qualunque sia il nostro lavoro quotidiano, facciamolo come se fosse per Lui, per la sua gloria. «Qualunque cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio» (1 Corinzi 10:31).

    Perché lavorare?

    Se pensiamo a quanto tempo della vita di una persona media è dedicato al lavoro, sorge spontanea una domanda: perché Dio ha dato agli esseri umani un lavoro da svolgere?

    Parte dell’essere creature fatte a immagine di Dio è la capacità di rispecchiare la sua attività creativa. Quando realizziamo qualcosa, come cuocere una pagnotta di pane, costruire una capanna o sviluppare un programma per computer, stiamo creando qualcosa che prima non esisteva. Tale lavoro riflette gli attributi di Dio anche in altri modi, come la saggezza, la forza, la pazienza e la conoscenza.

    Mentre tutta la natura manifesta la gloria di Dio (vedi il regno vegetale e quello animale), la creatività degli esseri umani manifesta la sua gloria in modi molto diversi. Solo gli esseri umani creano, inventano e innovano. La capacità degli esseri umani di svolgere un lavoro creativo indica che siamo stati creati da Dio a sua immagine. Come esseri umani, possiamo creare valore. Quando svolgiamo un lavoro produttivo, aumentiamo il valore totale delle cose che esistono, a beneficio dell’umanità.

    Un altro aspetto importante del lavoro è che può infonderci un senso intrinseco di valore e di autostima, fornendoci alo stesso tempo un mezzo per essere una testimonianza per i non credenti (1 Tessalonicesi 4:11–12). Questo spiega in parte perché quando vengono licenziate e non riescono a trovare un altro impiego, o quando non possono lavorare a causa di una malattia o di un infortunio, le persone vivono questa situazione con grande difficoltà. Non avere un lavoro produttivo può causare frustrazione per via dell’impossibilità di fare ciò per cui Dio ha creato gli esseri umani: essere impegnati in un lavoro produttivo e quindi provvedere a se stessi finché ne sono in grado.

    La maggior parte dei cristiani non è impegnata a tempo pieno nel lavoro della chiesa o delle missioni, ma è impiegata in ambienti di lavoro secolari, spesso lavorando a fianco o sotto la guida di non cristiani. Succedeva anche nella chiesa primitiva, quando i cristiani erano una piccola minoranza che lavorava in un mondo prevalentemente secolare. Tuttavia, erano chiaramente dei testimoni sul posto di lavoro e contribuirono alla rapida diffusione del cristianesimo. Anzi, lo storico della religione Kenneth Latourette ha proposto che «i principali agenti dell’espansione del cristianesimo sembrano […] essere stati […] uomini e donne che si guadagnavano da vivere in modo puramente secolare e parlavano della loro fede alle persone che incontravano in questo modo naturale».2

    L’apostolo Paolo riteneva che i credenti fossero stati collocati in impieghi ai quali li aveva chiamati Dio. «Ciascuno continui a vivere nella condizione assegnatagli dal Signore» (1 Corinzi 7:17). Qualunque sia il lavoro che un credente svolge (purché non sia contrario all’etica, o immorale), si tratta di una situazione che «Dio gli ha assegnato», almeno per il momento. Dio potrebbe chiamarlo a un’altra occupazione in seguito, ma finché è chiamato a un lavoro particolare, il suo compito è quello.

    Qualunque sia il posto di lavoro che occupiamo, come cristiani siamo esortati a essere onesti e affidabili, persone di integrità, nonché testimoni fedeli ovunque sia possibile. I credenti sono esortati a essere una testimonianza del cristianesimo, un esempio di Gesù in qualunque situazione si trovino, «per onorare in ogni cosa la dottrina di Dio, nostro Salvatore» (Tito 2:10). Anche se non sempre possiamo condividere liberamente la nostra fede sul posto di lavoro, possiamo sempre trovare qualche modo per esserne un esempio vivente, come evidenziano i seguenti estratti di articoli.

    Il tuo campo di missione

    Dio non ha mai voluto che il culto domenicale fosse separato dal lavoro del lunedì. Il tuo lavoro, la tua vocazione, le tue responsabilità quotidiane sono tutti luoghi di discepolato e di formazione di discepoli. Colossesi 3:17 ci ricorda: «Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesù».

    Ogni foglio di calcolo. Ogni e-mail. Ogni riunione. Ogni riparazione. Ogni consegna. Ogni pasto preparato. […] Fatto con la sua gioia. Fatto per sua grazia e nel suo Nome. Spesso pensiamo che il lavoro sacro avvenga nelle chiese o nei ministeri. Ma il lavoro sacro si realizza in ogni vocazione quando è fatto per la gloria di Dio e il bene degli altri. […]

    Il tuo lavoro non è casuale. Non è «mondano». È profondamente sacro quando è fatto per Dio. Il mondo ha bisogno di persone come te: profondamente radicate in Cristo, che vivono con fede e gioia ovunque Dio le abbia poste. Quando servi gli altri per la pura gioia di essere usato da Dio per fare del bene a favore di qualcun altro, fai parte di un coro globale che canta la bontà di Dio attraverso le sue azioni.

    Il tuo posto di lavoro diventi il tuo campo di missione. I tuoi compiti quotidiani diventino atti di culto. La tua attività sia uno spazio in cui la bontà di Dio risplende attraverso la tua integrità, umiltà e speranza. Perché quando lo fai, vediamo ciò che accade: il sacro invade il secolare. Ed è lì che il regno di Dio entra silenziosamente nel mondo: un compito, una conversazione, una vita alla volta. —Dan Miller3

    Fare evangelizzazione sul posto di lavoro

    Se una persona media trascorre almeno otto ore al lavoro, cinque giorni alla settimana, nell’arco di un anno questo significa 2.080 ore all’anno sul posto di lavoro e nella comunità. Anche se questo numero fosse solo la metà, sarebbe comunque molto tempo.

    Se fatto nel modo giusto, c’è una ragione fondamentale per cui tutti dovremmo cercare un modo per condividere la nostra fede ovunque Dio ci abbia posto: siamo stati chiamati a condividere la nostra fede proprio da quel Dio che riconosciamo come Signore. Non mi soffermerò su tutti i passi delle Scritture che ci invitano a testimoniare il Vangelo sia con le parole che con le opere (ad esempio, Atti 22:14–15; Atti 4:20; Matteo 28:19). Quel che dirò è che l’evangelizzazione, se fatta nel modo giusto e nel contesto giusto, è di fondamentale importanza se vogliamo veder crescere il regno di Dio e vedere sempre più persone giungere alla conoscenza salvifica di Gesù Cristo.

    Tuttavia, troppe persone nella chiesa semplicemente non sanno essere buoni testimoni del Vangelo sul posto di lavoro. O non sappiamo come avviare conversazioni sulla fede, oppure non sappiamo come portarle avanti in modo appropriato una volta che la porta ci è stata socchiusa. La chiave per un’evangelizzazione efficace nel mondo del lavoro è almeno quintupla:

    Lavorare con eccellenza. Colossesi 3:23 ci esorta a lavorare sodo come se fosse per il Signore. Indipendentemente dal luogo di lavoro, lavoriamo innanzitutto per un pubblico costituito da una sola Persona. E quando lavoriamo in questo modo, gettiamo le basi per testimoniare a chi ci sta intorno.

    Avere integrità. Essere integri significa essere onesti e avere solidi principi e convinzioni morali. Ciò che le persone vedono è ciò che è. Siamo sale e luce sul posto di lavoro; non prendiamo scorciatoie né svolgiamo un lavoro approssimativo. In questo modo, prendiamo a modello Gesù, che ci ha fornito l’esempio del carattere di cui abbiamo bisogno quando cerchiamo di dare una testimonianza efficace del Vangelo.

    Avere discernimento. Il Libro dei Proverbi è un ottimo punto di partenza quando consideriamo l’importanza della saggezza. […] Dobbiamo sempre cercare innanzitutto di udire la voce di Dio mentre viviamo la nostra fede sul posto di lavoro. Dobbiamo essere saggi nel capire il come, il quando, il perché e il chi della testimonianza evangelica nel mondo del lavoro. Se non lo facciamo, non solo mettiamo a rischio il nostro lavoro, ma forse anche l’efficacia della nostra testimonianza.

    Ascoltare la voce di Dio. Dobbiamo seguire i suggerimenti di Dio e lasciare che lo Spirito Santo ci guidi nelle conversazioni. Senza un fondamento di preghiera e la disciplina spirituale di ascoltare Dio e la sua Parola, non siamo altro che cimbali risuonanti o gong rumorosi.

    Mettersi in movimento! Una volta che sentiamo che Dio ci chiede di avere conversazioni più profonde, dobbiamo seguirlo in luoghi che a volte sono difficili. Dobbiamo camminare – e a volte correre – verso i rapporti umani con l’impegno di percorrere una lunga strada, se necessario, per diventare amici e confidenti. —Ed Stetzer4

    Come credenti, siamo esortati a vivere il nostro discepolato in ogni sfera della nostra esistenza, compresa quella lavorativa. Come scrisse Paolo ai Colossesi: «Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l'eredità. Servite Cristo, il Signore!» (Colossesi 3:23–24).

    Come suoi ambasciatori, siamo esortati a trasmettere il messaggio di Cristo e a condurre la nostra vita in modo tale da mostrare l’amore di Dio alle persone che incontriamo al lavoro e ovunque andiamo. In ogni aspetto della nostra vita, dobbiamo essere «imitatori di Dio, come figli amati» (Efesini 5:1). Ogni parte della nostra vita è destinata a essere consacrata al Signore; ogni luogo in cui ci troviamo è un campo di missione pieno di persone che hanno bisogno del Salvatore o che hanno bisogno di imparare di più sulla loro fede e di crescere nel discepolato. Possa la nostra vita essere un esempio del suo amore incondizionato per ogni persona che Lui pone sul nostro cammino.

    Pensieri su cui meditare

    Se Dio venisse nel mondo, come sarebbe? Per gli antichi Greci, avrebbe potuto essere un re-filosofo. Gli antichi Romani avrebbero potuto cercare uno statista giusto e nobile. Ma come viene nel mondo il Dio degli Ebrei? Come falegname. —Phillip Jensen

    I cristiani dovrebbero essere consapevoli di […] quale sia lo scopo del loro lavoro nel mondo. […] Dobbiamo considerare il lavoro come un modo per servire Dio e il prossimo, pertanto dovremmo scegliere e svolgere il nostro lavoro secondo quello scopo. La domanda riguardo alla nostra scelta lavorativa non è più: «Cosa mi farà guadagnare di più e mi darà maggiore prestigio?». La domanda ora deve essere: «Come posso, con le mie attuali capacità e opportunità, essere di maggiore aiuto agli altri, sapendo ciò che so della volontà di Dio e dei bisogni umani?» —Timothy Keller

    Mi viene spesso chiesto come essere testimoni sul posto di lavoro o con i nostri familiari o coinquilini. In primo luogo, i nostri colleghi devono vedere che siamo onesti, sinceri, affidabili, che non ci lasciamo coinvolgere dai pettegolezzi e che incoraggiamo e lodiamo i risultati dei nostri colleghi, anche in un ambiente di lavoro molto competitivo. […] Se vedono nel nostro comportamento un servizio altruistico, gentilezza e pazienza, ciò avrà un impatto nel portarli a considerare Cristo. —Rebecca Sayers

    Cosa dice la Bibbia

    «La grazia del Signore DIO nostro sia su di noi; rendi stabile per noi l'opera delle nostre mani; sì, rendi stabile l'opera delle nostre mani» (Salmi 90:17).

    «Celebrerai la festa per sette giorni per il Signore tuo Dio, nel luogo che avrà scelto il Signore, perché il Signore tuo Dio ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in tutto il lavoro delle tue mani e tu sarai contento» (Deuteronomio 16:15).

    «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!”» (Atti 20:34–35).

    Una preghiera per il posto di lavoro

    Padre celeste, grazie per il lavoro che mi hai dato, per l’opportunità di rappresentarti davanti a tutti quelli con cui lavoro oggi. Fa’ che io sia sensibile alla tua guida, soddisfatto della tua provvidenza e sicuro nella consapevolezza che Tu sei con me in ogni sfida che potrei affrontare oggi. […]

    Dammi il desiderio di mettere tutto il cuore in ogni compito di oggi, svolgendolo come un lavoro fatto per Te e non semplicemente per il mio capo. Non farmi dimenticare che la mia vera ricompensa viene da Te, poiché in realtà Tu sei il mio datore di lavoro.

    Ti prego, incoraggia e sostieni i miei colleghi. Vieni loro incontro in ogni loro necessità. Rafforza i loro rapporti sul lavoro e nelle loro famiglie. Dammi la pazienza e la grazia di mostrare rispetto e apprezzamento a tutti quelli con cui lavoro oggi. Possa Tu essere la luce della mia vita, la guida dei miei passi, la mia ancora in ogni vento mutevole. Ti chiedo tutto questo nel potente nome di Gesù. Amen.5


    1 Timothy Keller, Every Good Endeavor: Connecting Your Work to God’s Work (Dutton Books, 2012).

    2 Kenneth S. Latourette, A History of the Expansion of Christianity (Harper, 1944), 1:230.

    3 Dan Miller, “Bringing the Sacred into the Secular: A Call to All Vocations”, Forgodsfame.org, 19 giugno 2025, https://www.forgodsfame.org/blog/2025/06/19/work-as-worship.

    4 Ed Stetzer, “Amplifying Evangelism—Doing Evangelism in the Workplace”, Christianity Today, 29 marzo 2016.

    5 Scott Burnett, “Prayer for the Workplace”, Outreach Canada, 19 marzo 2024, https://outreach.ca/Blog-Original/Blog-Detail/ArticleId/5392/Prayer-for-the-Workplace.

    Pubblicato originariamente in inglese il 28 aprile 2026. 

  • Mag 12 La vita di un discepolo, parte 8: fare discepoli
  • Apr 28 1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 37-58)
  • Apr 21 La vita di un discepolo, parte 8: Comunicare la nostra fede
  • Apr 7 1 Corinzi, capitolo 15 (versetti 20-36)
  • Mar 24 La vita di un discepolo, parte 7: servire Dio servendo gli altri
  • Mar 10 1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 1-19)
  • Feb 24 La vita di un discepolo, parte 6: Amore per gli altri
  • Feb 10 1 Corinzi; capitolo 14 (versetti 26-40)
  • Gen 27 La vita di un discepolo, parte 5: cercare prima il suo regno
   

Dottrine

Altro…
  • La Famiglia Internazionale (LFI) [The Family International – TFI] è una comunità cristiana online impegnata nella diffusione del messaggio dell’amore di Dio in tutto il mondo. Crediamo che tutti possano avere una relazione personale con Dio, mediante Gesù Cristo, che concede felicità e pace spirituale, oltre alla motivazione ad aiutare altri e a diffondere la buona novella del suo amore.

Missione

Altro…
  • L´obiettivo principale della Famiglia Internazionale è il miglioramento della qualità di vita degli altri mediante la condivisione del messaggio vivificante dell´amore, della speranza e della salvezza che troviamo nella Parola di Dio. Crediamo che l´amore di Dio — applicato a livello pratico nella nostra vita quotidiana — sia la chiave per risolvere molti dei problemi della società, anche nel mondo complesso e frenetico di oggi. Impartendo la speranza e l´orientamento che troviamo negli insegnamenti della Bibbia, crediamo di poter contribuire alla costruzione di un mondo migliore — cambiando il mondo un cuore alla volta.

Valori

Altro…
  • Il discepolato

    Aspiriamo a creare un’atmosfera in cui i membri della Famiglia possano seguire Gesù secondo la loro chiamata personale e tener fede al loro impegno di seguire la volontà divina nella loro vita.

A proposito di LFI

LFI online è una comunità di membri della Famiglia Internazionale. LFIè una comunità cristiana internazionale impegnata a diffondere il messaggio dell'amore di Dio alle persone intorno al globo.

Visita il nostro sito principale se vuoi saperne di più su LFI.

Se sei un membro di LFI, fai l'accesso per vedere altro contenuto.

Ultime serie

Altro…
Arrivare al Cuore di tutto
Una serie di articoli che coprono i fondamenti della fede e della dottrina cristiana.
Vivere il Cristianesimo
Applicare gli insegnamenti della Bibbia alla nostra vbita di tutti i giorni a alle nostre decisioni.
Gesù - la sua vita e il suo messaggio
Principi fondamentali tratti dai Vangeli su cui costruire le nostre vite.