L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • La parabola dei due debitori

    Peter Amsterdam

    [The Parable of the Two Debtors]

    La parabola dei due debitori, o come alcuni la chiamano, la parabola del fariseo e della peccatrice, è una bella storia di amore, misericordia e gratitudine. La parte della storia contenente la parabola è molto breve, soltanto due versetti infilati al centro dell’azione e del dialogo concernenti la visita di Gesù e il pranzo a casa del fariseo Simone. Per quanto la parabola sia breve, fa luce sul perdono divino e sulla giusta reazione da tenere davanti a esso.

    La storia è raccontata nel Vangelo di Luca (Luca 7:41-42) e comincia così: «Ora uno dei farisei lo invitò a mangiare con lui; ed Egli, entrato in casa del fariseo, si mise a tavola» (Luca 7:36).

    Anche se sembra un racconto piuttosto chiaro degli avvenimenti, uno degli aspetti centrali della storia è quello che non avviene. Secondo le abitudini del tempo, quando in una casa entrava un ospite, il padrone l’avrebbe accolto con un bacio sulla guancia o sulla mano. In alcuni casi l’anfitrione avrebbe unto il capo dell’ospite con l’olio. Simone non porse nessuna di queste cortesie a Gesù e ciò sarebbe stata considerata una violazione deliberata del protocollo e delle regole di cortesia.

     Più in là nella storia, Simone chiama Gesù «maestro». Secondo alcuni antichi testi ebraici, ospitare a casa propria un insegnante o uno studioso era considerato un onore. Essendo stato invitato a casa di Simone, il minimo che Gesù si sarebbe potuto aspettare sarebbe stato un bacio di benvenuto, dell’acqua per i piedi e dell’olio d’oliva da usare per le mani. Nessuna di queste cose gli fu offerta.

    A questo punto Gesù avrebbe potuto giustamente dire: «Non sono benvenuto qui», e andarsene arrabbiato. Ma non lo fece. Anche se la mancanza d’ospitalità da parte di Simone sarebbe stata considerata un affronto, Gesù tollerò l’insulto e si mise a tavola, senza lavarsi le mani e i piedi.

    Ora si apre la scena successiva della storia: «Ed ecco una donna della città, che era una peccatrice, saputo che Egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato. E, stando ai suoi piedi, di dietro, piangendo, cominciò a bagnargli di lacrime i piedi e ad asciugarli con i capelli del suo capo; e glieli baciava e li ungeva con l’olio profumato» (Luca 7:37-38).

    La donna, che, come ci viene detto, era una nota peccatrice, aveva sentito che quel giorno, Gesù avrebbe mangiato a casa di Simone così era presente all’arrivo di Gesù. L’interpretazione più accettata è che la donna fosse una prostituta. Come mai le fu permesso di entrare a pranzo a casa di Simone?

    Un commentatore spiega:

    In un villaggio tradizionale del Medio Oriente, durante un pranzo del genere gli emarginati della comunità non sono esclusi. Stanno seduti in silenzio sul pavimento, addossati a un muro, e alla fine del pasto vengono nutriti. La loro presenza è un complimento all’anfitrione che quindi è visto come una persona così nobile da sfamare perfino i reietti della comunità. I rabbini insistevano che una porta rimanesse aperta durante i pasti, affinché non si «mancasse di cibo» (cioè non si perdessero le benedizioni divine).1

    A quanto sembra, la donna non era un’ospite invitata, ma una delle persone cui era permesso essere presenti al pasto, ma perché era seduta lì? Molto probabilmente era lì perché in precedenza aveva ascoltato i discorsi di Gesù e quell’incontro l’aveva trasformata. Anche se la Bibbia non lo afferma specificamente, lo si può dedurre e diventa chiaro man mano che la storia si sviluppa. In seguito sentiamo Gesù dire a Simone: «Da quando sono entrato non ha smesso di baciarmi i piedi», il che indica che lei era lì prima di Gesù, o che era arrivata in tempo per notare l’accoglienza scortese che gli era stata riservata.

    Forse la donna aveva sentito parlare della disponibilità di Gesù ad avere a che fare con dei peccatori e l’aveva sentito parlare del perdono dei peccati e dire che Dio amava lei e le persone come lei e che la sua grazia le era disponibile anche se era una peccatrice. Era felice che i suoi peccati fossero perdonati ed era entrata in quella casa per dimostrare la sua gratitudine alla persona che le aveva dato quella buona notizia.

    Ci viene spiegato che aveva con sé un vaso d’alabastro pieno di olio profumato. L’alabastro è una pietra tenera che veniva lavorata per fare delle boccette in cui conservare olii profumati che all’epoca erano molto costosi. La donna arrivò preparata con l’olio profumato per ungere i piedi di Gesù, in segno di gratitudine per ciò che Lui aveva fatto per lei.

    Comunque, vedere l’accoglienza fredda e piuttosto offensiva che Gesù aveva ricevuto da parte di Simone l’aveva rattristata profondamente. Simone non aveva lavato i piedi di Gesù, segno evidente che lo considerava inferiore. Non gli aveva nemmeno messo a disposizione dell’acqua perché potesse lavarsi i piedi. Nessun bacio di benvenuto. Vedendo questo, la donna pianse. Che cosa poteva fare per rimediare all’ovvia mancanza d’ospitalità dimostrata all’uomo che aveva cambiato la sua vita?

    Vedendo che si era reclinato per il pranzo con i piedi sporchi, lei decise di fare ciò che Simone non aveva fatto. Bagnò i suoi piedi di lacrime. Non aveva con sé un asciugamano per asciugarglieli, così si sciolse i capelli e usò quelli per farlo. Poi gli baciò i piedi. La parola greca usata per «baciare» in questo caso significa baciare ripetutamente; in altre parole, coprì di baci i piedi di Gesù. Poiché non era stato accolto con un bacio, lei glieli baciò più volte, come segno pubblico di profonda umiltà, devozione e gratitudine.

    A quella vista gli altri ospiti rimasero scioccati! L’avrebbero considerata una cosa sbagliata in diversi modi. Per una donna, sciogliere i capelli era un gesto intimo che non avrebbe mai fatto di fronte a nessun altro che il marito. A peggiorare le cose, lei stava anche toccando un uomo che non era un suo parente, cosa che nessuna donna virtuosa avrebbe fatto.

    I suoi gesti sono considerati scandalosi dai presenti, proprio quello che si sarebbero aspettati da una donna dissoluta. Non hanno idea che sia stata perdonata; la vedono soltanto come una peccatrice indegna. Non possono credere che Gesù possa permettere a una donna di pessima reputazione come lei di compiere quei gesti.

    La storia continua: «Al vedere questo, il fariseo che lo aveva invitato disse fra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e quale genere di persona è la donna che lo tocca perché è una peccatrice”.» (Luca 7:39).

    Nonostante a sua scortesia come anfitrione sia stata messa in evidenza, Simone critica silenziosamente Cristo. Dopo averlo sentito predicare e insegnare, probabilmente Simone si chiedeva se Gesù fosse un vero profeta o no. Sembra concludere che non lo sia, perché secondo lui, se Gesù fosse stato un profeta, avrebbe saputo che la donna che lo toccava era una peccatrice e quindi lo stava contaminando.

    Forse l’intenzione di Simone nell’invitare Gesù a mangiare da lui era quella di vedere se era veramente un profeta. Dopo questa dimostrazione e dopo aver notato mentalmente quella che gli sembrava una profonda mancanza di discernimento da parte di Gesù, Simone si era probabilmente convinto che non rispettasse lo standard spirituale di un profeta di Dio.

    Simone però si sbaglia. Gesù conosce la condizione spirituale della donna, perché in seguito le dice che «i suoi peccati sono molti». Sa anche che i suoi peccati le sono stati perdonati perché aveva creduto, per fede, alle parole riguardanti il perdono divino che aveva sentito in precedenza da Lui. Oltre a questo, Gesù dimostra di essere un profeta discernendo i pensieri di Simone. Anche se Simone non si era espresso verbalmente, Gesù gli risponde ugualmente.

    «E Gesù, rispondendo, gli disse: “Simone, ho qualche cosa da dirti». Ed egli disse: “Maestro, di’ pure”» (Luca 7:40).

    La frase “ho qualche cosa da dirti” è una classica frase idiomatica mediorientale che precede un discorso brusco che potrebbe non piacere all’ascoltatore. Ed è esattamente quello che succede. È a questo punto della storia che Gesù racconta la breve parabola dei due debitori.

    «Un creditore aveva due debitori; l’uno gli doveva cinquecento denari e l’altro cinquanta. Non avendo essi di che pagare, egli condonò il debito ad entrambi. Secondo te, chi di loro lo amerà di più?» (Luca 7:41-42).

    Un denaro era la paga normale per una giornata di lavoro; quindi, nella parabola un debitore deve al creditore l’equivalente della paga di cinquecento giorni, mentre l’altro gli deve quella di cinquanta giorni, chiaramente una grande differenza. Quando i debitori non sono in grado di pagare, il creditore condona generosamente entrambi i debiti.

    In tutto il Nuovo Testamento il verbo «perdonare» è usato sia come termine finanziario (come in perdonare un debito), sia come termine religioso (come in perdonare i peccati). Nella parabola, Gesù parlava in termini di debito finanziario, ma, come vedremo, il linguaggio creditore/debitore è usato in riferimento a Dio e al suo perdono dei peccati.

    Alla domanda su chi amerà di più la persona che ha condonato il debito, Simone, rispose: «Suppongo sia colui, al quale egli ha condonato di più». E Gesù gli disse: «Hai giudicato giustamente» (Luca 7:43).

    Simone, rendendosi conto che la parabola è una specie di trappola verbale in cui è stato colto, risponde piuttosto debolmente con un «suppongo». La morale della parabola è che l’amore è la risposta giusta alla grazia, a un favore immeritato; che la persona a cui è stato condonato il debito più grande amerebbe di più e dimostrebbe maggior gratitudine. Avendo stabilito questo punto, Gesù fa un discorso brusco a Simone.

    «Poi, volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato dell’acqua per lavare i piedi lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i capelli del suo capo. Tu non mi hai dato neppure un bacio, ma lei da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi. Tu non mi hai unto il capo di olio ma lei, ha unto i miei piedi di olio profumato. Perciò ti dico che i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui al quale poco è perdonato, poco ama”» (Luca 7:44-47).

    Queste parole erano per Simone, ma nel pronunciarle Gesù si volse verso la donna. Chiedendo: «Simone, vedi questa donna?» Lui cercava di spingere Simone a vederla come una persona, non come una peccatrice ma come una persona a cui era stato perdonato molto e che quindi amava molto e dimostrava il suo amore e la sua gratitudine attraverso le sue azioni. Voleva che Simone si rendesse conto e accettasse che i peccati della donna erano stati perdonati e che lei doveva essere riaccolta nella comunità, non più come peccatrice, ma come figlia di Dio.

    Gesù indicò le mancanze di Simone e il contrasto tra le sue omissioni e le azioni nobili della donna — azioni che andavano ben oltre ciò che Simone avrebbe dovuto fare ma non aveva fatto. Gesù poi collegò il grande amore di lei alla moltitudine dei peccati che le erano stati perdonati.

    «Poi disse a lei: “I tuoi peccati sono perdonati”» (Luca 7:48).

    Gesù non diceva che stava perdonando i suoi peccati in quel momento, ma che erano già stati perdonati. L’amore da lei dimostrato e l’effusione emozionata della sua gratitudine erano una risposta al perdono che aveva già ricevuto quando aveva sentito Gesù parlare in precedenza. Sapere che Dio perdona misericordiosamente i peccati anche quando la persona non ne è degna le aveva dato grande gioia e libertà.

    Gli altri ospiti a tavola non compresero proprio niente. La loro attenzione era tutta rivolta a un argomento completamente diverso e fraintesero ciò che Gesù aveva detto. «Allora quelli che erano a tavola con lui cominciarono a dire fra loro: “Chi è costui che perdona anche i peccati?”» (Luca 7:49).

    Anche se i Vangeli indicano che Gesù effettivamente perdonò i peccati — cosa che i capi religiosi ritenevano blasfema — non stava perdonando i peccati della donna in quel momento: erano già stati perdonati.

    «Ma Gesù disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”» (Luca 7:50).

    La sua fede l’aveva salvata. Aveva creduto nella grazia divina; l’aveva accettata. Sapeva di non meritarla. I suoi peccati erano molti e non c’era nulla che potesse fare per meritare la salvezza. Aveva creduto e accettato quello che il Signore le aveva detto: che avere fede, credere e accettare erano sufficienti.

    La storia finisce così. Non ci sono indicazioni su come Simone abbia reagito. Afferrò il concetto? Capì di essere anche lui un debitore, un peccatore bisognoso dell’amore e del perdono di Dio? Accettò che la donna era stata perdonata, che era cambiata, e la riaccetterà nella comunità? Queste domande non hanno risposta; a noi che leggiamo la storia rimane solo da riflettere e da trarre le nostre conclusioni.

    Pensare a ciò che era successo nella casa di Simone suscita domande sul nostro modo di rispondere al Signore e di trattare gli altri e su come applicarlo alla nostra vita. Reagiamo ancora con gratitudine e apprezzamento alla nostra salvezza e lodiamo e ringraziamo Dio per la nostra redenzione? Rammentiamo a noi stessi quello che costò a Gesù addossarsi la punizione per i nostri peccati? Abbiamo perso la gioia e il senso di meraviglia per la nostra salvezza?

    Vediamo gli altri come li vedeva Gesù, riconoscendo che Lui è morto anche per loro e che vuole che ricevano il suo dono della salvezza? Per gratitudine per il debito che ci è stato perdonato, siamo motivati ad aiutare altri a trovare quello stesso perdono? — ad amarli, a parlare con loro e a dare noi stessi, il nostro tempo e la nostra energia per condurli alla salvezza, chiunque essi siano? Poveri, ricchi, giovani, anziani, poco istruiti, intellettuali, brutti, belli, peccatori, devoti, emarginati, inseriti? Gesù vuole salvarli. Stiamo facendo la nostra parte perché succeda?

    Ci è stato perdonato molto. A nostra volta dovremmo amare molto e condividere quell’amore con gli altri.

    Pubblicato originariamente nel luglio 2013. Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 13 aprile 2026.


    1 Kenneth E. Bailey, Jesus Through Middle Eastern Eyes (InterVarsity Press, 2008), 246 footnote 15.

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L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • 1 Corinzi, capitolo 15 (versetti 20-36)

    [1 Corinthians: Chapter 15 (verses 20–36)]

    In 1 Corinzi 15:14-19, Paolo affrontò le implicazioni del negare la risurrezione di Cristo e concluse affermando: «E se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. […] Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini». Ora, nella parte successiva del suo discorso sulla risurrezione, Paolo non usa più un approccio condizionale e lo dichiara come un fatto.

    Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti (1 Corinzi 15:20).

    Gesù è stato risuscitato da Dio dopo la sua morte sulla croce. Paolo si riferisce alla sua risurrezione come alla «primizia» dei morti. Primizia è un termine che veniva usato per il primo covone del raccolto di grano, che veniva portato al tempio e offerto a Dio per consacrare il raccolto.

    Parla ai figli d’Israele e di’ loro: “Quando sarete entrati nel paese che io vi do e ne mieterete la raccolta, porterete al sacerdote un fascio di spighe, come primizia della vostra raccolta; il sacerdote agiterà il fascio di spighe davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; lo agiterà il giorno dopo il sabato” (Levitico 23:10-11).

    Quando fu risuscitato dai morti dopo la sua crocifissione, Cristo fu il primo frutto e il precursore di quelli che sono morti e risorgeranno con un corpo risorto. La sua risurrezione mostra ciò che attende tutti i credenti in futuro. «Ecco, vi dico un mistero: non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati» (1 Corinzi 15:51). «Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è» (1 Giovanni 3:2). Come Dio ha risuscitato Gesù, così risusciterà tutti quelli che credono in Cristo quando verrà il momento. Poiché Cristo è risorto, anche noi risorgeremo.

    Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati (1 Corinzi 15:21-22).

    Paolo usa Adamo come esempio. Lui fu il primo uomo e, poiché peccò, la morte entrò nel mondo. Attraverso un altro uomo, Gesù, giunsero la vita e la risurrezione dei morti. Egli aprì la strada affinché tutti quelli che credono in Lui possano ricevere il perdono dei loro peccati.

    Il peccato di Adamo portò la morte nel mondo e la sua morte fu il modello per tutti quelli che sarebbero venuti dopo di lui. Poiché Adamo morì, ogni altro essere umano perisce. Allo stesso modo, la risurrezione di Cristo dai morti ha reso possibile la risurrezione di quelli che hanno ricevuto il perdono dei loro peccati attraverso la fede in Lui. Poiché Gesù risorse, anche quelli che sono in Cristo saranno «vivificati» attraverso la risurrezione dei loro corpi dalla tomba.

    Ma ciascuno nel proprio ordine: Cristo la primizia, poi quelli che sono di Cristo alla sua venuta. (1 Corinzi 15:23).

    Paolo descrive l’ordine in cui i credenti risorgeranno. Ci dice che, poiché Cristo risorse dai morti, c’è la promessa che anche tutti i salvati risorgeranno. La sua risurrezione non fu un evento isolato, ma il primo frutto dei credenti che risorgeranno anch’essi.

    Alla seconda venuta di Cristo, i morti in Cristo risorgeranno proprio come fece Lui dopo la sua crocifissione. La sua risurrezione mostra ciò che accadrà a tutti i credenti. Ci rassicura che, sebbene tutti debbano affrontare la morte, possiamo farlo senza paura, perché come Cristo risorse dai morti, così anche noi risorgeremo.

    Poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza (1 Corinzi 15:24).

    Una volta che tutti i credenti saranno risorti, la storia giungerà al termine. Il tempo lascerà il posto all’eternità. Gesù parlò di questo giorno, che sarebbe stato preceduto dalla sua seconda venuta, in Matteo 24: «E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine» (Matteo 24:14).

    La fine verrà quando Cristo avrà completato la sua opera e quindi consegnerà il regno al Padre. Avrà adempiuto il piano di Dio e distrutto ogni dominio, autorità e potenza (2 Pietro 3:10-13). A questo proposito, lo studioso biblico Leon Morris ha scritto:

    Dopo il ritorno di Cristo, verrà la fine. Sarà il momento del giudizio finale e della formazione della nuova creazione. In quel momento, Cristo consegnerà il regno a Dio Padre. […] Questa consegna al Padre avverrà solo dopo che Cristo avrà distrutto ogni dominio, autorità e potenza. In altri passi Paolo ha usato questa terminologia per descrivere sia l’autorità umana (Romani 13:1-3) sia le potenze demoniache (Efesini 1:21). In questo contesto, aveva in mente la distruzione di tutte le potenze che si oppongono al regno di Cristo, sia umani che soprannaturali.1

    Questo rappresenta la sconfitta finale di ogni opposizione e sottolinea la vittoria di Cristo. Inoltre, questo versetto incoraggia i credenti a rimanere saldi nella loro fede, sapendo che, sebbene possano incontrare lotte e difficoltà, esse fanno parte di un piano divino che si conclude con la vittoria.

    Poiché bisogna che egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi (1 Corinzi 15:25).

    Il regno di Cristo continuerà dopo la risurrezione fisica dei credenti, fino a quando tutti i nemici saranno sconfitti e sottomessi. Ciò significa che Gesù avrà autorità totale su ogni avversario. Il fatto di mettere i suoi «nemici sotto i suoi piedi» indica la vittoria di Cristo e la sconfitta definitiva di ogni nemico. Tutti i peccati, le lotte e le opposizioni avranno fine sotto il suo regno.

    L’ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte (1 Corinzi 15:26).

    Paolo guarda a un futuro in cui la morte sarà distrutta, in cui la morte o la paura della morte non avranno più alcun potere su di noi. La nostra speranza è nella promessa dell’eternità con Dio. Questa consapevolezza ci aiuta a superare la paura della morte e libera «tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita» (Ebrei 2:14-15). La vittoria di Cristo sulla morte ci dà speranza e certezza. Anche se tutti noi dovremo affrontare la morte, abbiamo la promessa della vita eterna.

    Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa ne è eccettuato (1 Corinzi 15:27).

    Affermando che Dio ha posto ogni cosa sotto i piedi di Cristo, si intende che il Figlio ha autorità su ogni cosa creata, compresi gli angeli, i governanti, le forze naturali e i demoni. Questa subordinazione di tutte le cose a Cristo porta alla risurrezione di tutti i credenti e alla sconfitta e distruzione della morte stessa. Paolo aggiunge un’eccezione a «ogni cosa» sottoposta, cioè Dio. È Dio che ha sottoposto a Cristo ogni cosa, eccetto se stesso.

    Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti (1 Corinzi 15:28).

    Una volta che Cristo avrà sconfitto tutti i nemici, compresa la morte, e avrà sottoposto tutte le cose alla sua autorità, si ripresenterà con il suo regno al Padre, «affinché Dio sia tutto in tutti». «Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen» (Romani 11:36). Gesù sarà in eterna sottomissione al Padre. Naturalmente, Gesù è anche uguale a Dio come Seconda Persona della Trinità. Come il Padre ha autorità assoluta su tutto in quanto Creatore, così anche Gesù ha autorità assoluta in quanto Creatore. «Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Colossesi 1:15-16).

    Altrimenti che faranno quelli che sono battezzati per i morti? Se i morti non risuscitano affatto, perché dunque sono battezzati per loro? (1 Corinzi 15:29).

    In questo versetto e nei versetti 30-34, Paolo usa la logica per cercare di persuadere i Corinzi che ci sarà una risurrezione finale di tutti i cristiani dai morti. Utilizza l’approccio di fare appello alle loro esperienze e a quelle di Paolo e degli apostoli per poi porre la domanda: perché fare queste cose se non c’è risurrezione?2

    Paolo inizia riferendosi a quella che sembra essere una pratica diffusa tra alcuni membri della chiesa di Corinto. Sebbene siano state avanzate varie interpretazioni sul significato di questo versetto, l’interpretazione più evidente è che i Corinzi praticassero il battesimo vicario per conto delle persone che erano morte.3 Sembra che Paolo faccia riferimento a questa pratica per mettere in discussione le credenze dei Corinzi riguardo alla vita dopo la morte: se non ci fosse la risurrezione dei morti, che senso avrebbe una pratica del genere? Tuttavia, non vi è alcuna indicazione che approvasse questa pratica, che oggi non è più in uso nella Chiesa. Come osserva un commentario biblico, «la Bibbia non sostiene l’idea che qualcuno possa essere salvato senza una fede personale in Cristo».4

    E perché anche noi siamo ogni momento in pericolo? (1 Corinzi 15:30).

    Paolo prosegue in questo versetto facendo appello alle sfide affrontate e ai sacrifici compiuti da lui stesso e dagli altri apostoli nel proclamare il Vangelo e nell’edificare la chiesa primitiva. A questo proposito, un commentatore ha osservato:

    Egli [Paolo] chiese una spiegazione del fatto che mettevano in pericolo la vita in ogni momento. Quelli che per primi portarono il Vangelo di Cristo lo fecero con grande rischio personale. Furono imprigionati, picchiati, lapidati e uccisi. […] L’intero ministero di Paolo comportava pericoli e sacrifici quotidiani. La sua perdita personale era certa quanto il fatto che egli provava gloria e gioia per i fedeli corinzi che credevano in Cristo Gesù, il Signore.5

    L’affermazione di Paolo indica anche che affrontare il pericolo fa parte dell’essere cristiani. Condurre una vita basata sulla fede comporta rischi, sacrifici e l’uscita dalla nostra zona di sicurezza. Dobbiamo affrontare le sfide, rimanere saldi e credere nelle promesse di Dio. Sottolineando l’espressione «ogni momento», Paolo sottolinea che il nostro cammino con Cristo non è un evento occasionale, ma un impegno quotidiano, anzi continuo, a seguirlo.

    Ogni giorno sono esposto alla morte; sì, fratelli, com'è vero che siete il mio vanto in Cristo Gesù, nostro Signore! (1 Corinzi 15:31).

    Parlando di morire ogni giorno, Paolo si riferisce ai sacrifici che compie quotidianamente e alla rinuncia a se stesso e ai propri desideri personali per seguire Cristo. Sottolinea il costo del suo discepolato quando afferma: «Muoio ogni giorno». In un altro passo fa riferimento ai pericoli che affrontò mentre predicava il Vangelo, poiché la sua vita di missionario era piena di difficoltà. Cinque volte fu sferzato con trentanove frustate. Tre volte fu bastonato. Una volta fu lapidato. Tre volte fece naufragio. (Vedi 2 Corinzi 11:24-25).

    Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo» (1 Corinzi 15:32).

    Paolo si riferisce alle sue esperienze a Efeso, dove affrontò sfide e pericoli mentre diffondeva il Vangelo, per sollevare ancora una volta la domanda sul significato che avrebbero avuto se non ci fosse la risurrezione. Quando menziona la lotta con le bestie feroci, probabilmente si riferisce alle prove e alle difficoltà che incontrò, ai falsi insegnamenti che dovette confutare e alle intense persecuzioni che affrontò mentre lavorava per predicare il Vangelo e costruire la chiesa locale. Paolo sostiene che i sacrifici necessari per vivere per Cristo non possono essere giustificati senza la speranza della risurrezione.6

    Paolo sottolinea che, se non c’è speranza oltre questa vita, lo sforzo che mettiamo nel vivere in modo devoto e i sacrifici che facciamo per servire Cristo sono tutti vani. Se non c’è risurrezione, allora esistiamo semplicemente in un mondo pieno di difficoltà e sofferenze e la nostra unica risorsa sarebbe quella di «mangiare e bere, perché domani moriremo». Per fortuna, non è così. La risurrezione è reale. La promessa della vita eterna esiste. «La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono» (Ebrei 11:1).

    Non v’ingannate: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Corinzi 15:33).

    Paolo era preoccupato per i falsi insegnanti che erano entrati nella chiesa di Corinto. Citò un proverbio di un poeta greco: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». È probabile che questo proverbio fosse ben noto tra i Corinzi. Paolo sottolinea che i credenti dovrebbero essere saggi nella scelta delle persone che frequentano e, in questo caso, di persone che negano una dottrina cristiana essenziale come la risurrezione, poiché ciò può allontanare le persone dalla verità.

    Ridiventate sobri per davvero e non peccate; perché alcuni non hanno conoscenza di Dio; lo dico a vostra vergogna (1 Corinzi 15:34).

    Paolo esorta poi i Corinzi a tornare in sé. Non dice che hanno bevuto e sono letteralmente ubriachi. Piuttosto li ammonisce a svegliarsi e a uscire dal torpore dell’ubriachezza della loro anima e della loro mente. Paolo li corregge con forza, dicendo loro che dovrebbero vergognarsi. Li esorta a smettere di peccare, a tornare in sé e ad avere una giusta conoscenza di Dio e la comprensione della futura risurrezione dei credenti. Scrivendo: «Lo dico a vostra vergogna», Paolo rimprovera i Corinzi per non aver vissuto in modo coerente con la loro conoscenza di Dio.

    Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?» Insensato, quello che tu semini non è vivificato se prima non muore (1 Corinzi 15:35–36).

    Paolo passa poi ad affrontare le obiezioni e le domande sulla risurrezione e sull’aldilà, che probabilmente ha già sentito o si aspetta di sentire. Le domande che solleva qui riguardano il modo in cui Dio riporterà in vita i morti e quale forma fisica avranno. Paolo risponde vigorosamente alla domanda. Probabilmente gli sono state poste molte volte delle domande sulla risurrezione dei morti e sul tipo di corpo che avranno. Probabilmente sa che queste domande non sono poste in modo sincero e definisce sciocco l’immaginario interlocutore che le pone.

    Paolo sottolinea che i semi devono morire per dare nuova vita e che ciò che viene piantato non cresce se prima il seme non muore. Nella sezione successiva di questo capitolo, dimostrerà che il corpo risorto è in qualche modo simile al corpo prima della morte. I nostri corpi terreni subiranno un cambiamento. I nostri corpi attuali sono soggetti all’invecchiamento, alla malattia e finalmente alla morte. Paolo afferma che alla risurrezione ci sarà una trasformazione. I nuovi corpi che riceveremo saranno incorruttibili e non più soggetti alla decomposizione (1 Corinzi 15:51-53).

    (Continua.)


    1 Leon Morris, 1 Corinthians: An Introduction and Commentary, Vol. 7, Tyndale New Testament Commentaries (InterVarsity Press, 1985), 186.

    2 Alan F. Johnson, 1 Corinthians, The IVP New Testament Commentary Series (IVP Academic, 2004), 295.

    3 Morris, 1 Corinthians: An Introduction and Commentary, 190.

    4 Crossway, ESV Study Bible (Crossway Bibles, 2008).

    5 Richard L. Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians. Vol. 7 (B&H Publishing Group, 2000).

    6 Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians.


    Pubblicato originariamente in inglese il 3 febbraio 2026.

  • Mar 24 La vita di un discepolo, parte 7: servire Dio servendo gli altri
  • Mar 10 1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 1-19)
  • Feb 24 La vita di un discepolo, parte 6: Amore per gli altri
  • Feb 10 1 Corinzi; capitolo 14 (versetti 26-40)
  • Gen 27 La vita di un discepolo, parte 5: cercare prima il suo regno
  • Gen 13 1 Corinzi: capitolo 14 (versetti 1-25)
  • Dic 30 La vita di un discepolo, parte 4: il rapporto con Dio
  • Dic 16 La vita di un discepolo, parte 3: dimorare in Cristo
  • Dic 2 1 Corinzi: capitolo 13 (versetti 1-13)
   

Dottrine

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  • La Famiglia Internazionale (LFI) [The Family International – TFI] è una comunità cristiana online impegnata nella diffusione del messaggio dell’amore di Dio in tutto il mondo. Crediamo che tutti possano avere una relazione personale con Dio, mediante Gesù Cristo, che concede felicità e pace spirituale, oltre alla motivazione ad aiutare altri e a diffondere la buona novella del suo amore.

Missione

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  • L´obiettivo principale della Famiglia Internazionale è il miglioramento della qualità di vita degli altri mediante la condivisione del messaggio vivificante dell´amore, della speranza e della salvezza che troviamo nella Parola di Dio. Crediamo che l´amore di Dio — applicato a livello pratico nella nostra vita quotidiana — sia la chiave per risolvere molti dei problemi della società, anche nel mondo complesso e frenetico di oggi. Impartendo la speranza e l´orientamento che troviamo negli insegnamenti della Bibbia, crediamo di poter contribuire alla costruzione di un mondo migliore — cambiando il mondo un cuore alla volta.

Valori

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  • Il discepolato

    Aspiriamo a creare un’atmosfera in cui i membri della Famiglia possano seguire Gesù secondo la loro chiamata personale e tener fede al loro impegno di seguire la volontà divina nella loro vita.

A proposito di LFI

LFI online è una comunità di membri della Famiglia Internazionale. LFIè una comunità cristiana internazionale impegnata a diffondere il messaggio dell'amore di Dio alle persone intorno al globo.

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