L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • Comunicare con Dio

    Il tesoro

    [Communicating with God]

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    In tutta la Bibbia leggiamo di come Dio cerchi di comunicare con il suo popolo e di fornirgli guida, incoraggiamento e istruzioni. Dio comunica con i suoi figli attraverso la sua Parola scritta nella Bibbia, che è «vivente ed efficace» (Ebrei 4:12). Egli parla anche direttamente al cuore di quelli che lo amano e lo cercano con tutto il cuore. «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore» (Geremia 29:13). Dio continua a parlare ai suoi seguaci di oggi e a trasmettere il suo messaggio e le sue parole di guida spirituale e consiglio.

    Perché mai il grande Dio e Creatore dell’universo vorrebbe comunicare con noi ed essere una presenza intima nella nostra vita? Dio ci ama così tanto che ha mandato suo Figlio, Gesù, a morire per i nostri peccati affinché potessimo diventare suoi figli redenti e amati. «A tutti quelli che lo hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome» (Giovanni 1:12). «Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E lo siamo veramente!» (1 Giovanni 3:1).

    Quando crediamo in Gesù e lo accogliamo come nostro Signore e Salvatore, i nostri peccati vengono perdonati e riceviamo il dono di Dio della vita eterna in cielo. Da quel momento in poi, la nostra vita comincia a cambiare, poiché siamo trasformati dal suo Spirito Santo, che viene ad abitare nella nostra vita e ci aiuta a diventare cristiani maturi, la cui vita glorifica Dio (1 Corinzi 6:19-20). Studiando la Parola di Dio, impariamo a vivere una vita che gli è gradita e a camminare in amore e in armonia con Lui e con gli altri. La Parola di Dio nella Bibbia è una fonte costante di fede, conforto, incoraggiamento, istruzione, saggezza e forza dello spirito.

    Dio è presente nella vita di tutti quelli che lo cercano sinceramente. Non è limitato a pochi. Ma spesso, quando ci troviamo in momenti difficili della vita, Dio può sembrarci lontano e possiamo sentirci indegni del suo amore. O forse potremmo essere tentati di pensare che Lui ci abbia abbandonato a causa dei nostri fallimenti e dei nostri peccati. Ecco perché è così importante essere radicati nella sua Parola e nelle promesse bibliche del suo amore incondizionato per ciascuno di noi, che si è manifestato nella morte di Gesù sulla croce per la nostra redenzione e nella vita eterna in cielo che Lui ha acquisito per noi.

    L’amore, la potenza e la fedeltà di Dio nei confronti di ogni persona che lo ama e che crede in Gesù sono immutabili, indipendentemente da circostanze passate, presenti o future. L’amore, l’amicizia e lo stretto rapporto di Gesù con i suoi discepoli sono gli stessi per i suoi seguaci di oggi. «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Ebrei 13:8).

    Dio ama così tanto i suoi figli che non solo vuole comunicare con noi attraverso la sua Parola scritta, ma si interessa personalmente a noi con amore e vuole essere coinvolto nella nostra vita e nelle nostre decisioni. Sa che abbiamo domande, preoccupazioni e problemi e vuole aiutarci e guidarci quando gli presentiamo ogni nostra apprensione e decisione.

    «Confida nel Signore con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri» (Proverbi 3:5-6).

    Dio è presente anche nelle sfide della vita, nelle tragedie e nelle perdite, e rivolge ai nostri cuori parole d’amore e di incoraggiamento. L’apostolo Pietro scrisse: «Gettate su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1 Pietro 5:7). «Dio è per noi un rifugio e una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà» (Salmi 46:1). In alcune delle sue ultime parole ai suoi seguaci, Gesù promise di stare con noi. «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente» (Matteo 28:20).

    Nella sua infinita saggezza e nel suo amore sconfinato per noi, esseri creati a sua immagine, Dio cerca di comunicare con noi e di guidarci nella vita. Vuole aiutarci ad avere un rapporto sempre più stretto con Lui e una maggiore comprensione della sua volontà e delle sue vie. Gesù disse che «il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Giovanni 14:26). Il suo Spirito che dimora in noi ci guiderà alla verità e ci aiuterà a prendere decisioni giuste. «Quando sarà venuto Lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà in tutta la verità» (Giovanni 16:13).

    Dio parla al suo popolo innanzitutto attraverso la sua Parola scritta nella Bibbia, che ci insegna chi Lui è e le sue leggi morali, la sua volontà per l’umanità, il suo piano per la nostra salvezza e i principi che dovrebbero guidare la nostra vita. Quando leggiamo la Bibbia, Lui può far risaltare un passo particolare e mostrarci come si applica alla nostra situazione attuale o come risponde a qualche nostra domanda. Potrebbe anche non usare parole: potrebbe semplicemente darci un’impressione, una convinzione interiore o una conoscenza intuitiva riguardo a una situazione particolare, ciò che nella storia di quando Dio parla al profeta Elia viene definito come «una voce, come un dolce sussurro» o un mormorio gentile (1 Re 19:11-12).

    Ha parlato ai suoi seguaci anche attraverso sogni o visioni vivide, come leggiamo nei libri di Daniele e dell’Apocalisse. Nel corso della storia diversi cristiani hanno testimoniato di volte in cui il Signore ha dato loro un avvertimento in sogno per evitare un pericolo o per avvertirli di qualcosa di importante.

    Dio può parlare anche attraverso altre persone: consiglieri devoti che hanno il dono della saggezza e dalla cui esperienza possiamo trarre beneficio. Impariamo anche dalle parole o dagli scritti di insegnanti esperti che ci aiutano a comprendere meglio le Scritture e ad applicarle alla nostra vita. L’insegnamento è uno dei doni dello Spirito Santo, da usare per aiutare gli altri a crescere nella fede e nel rapporto con Dio, e «per preparare il popolo di Dio all’opera del ministero, per l’edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4:11-12).

        Un altro modo in cui Dio parla ai suoi figli è attraverso il dono della profezia, con cui Dio può fornire guida e incoraggiamento. La profezia è elencata come uno dei doni dello Spirito Santo (vedi Romani 12:6-8) e si riferisce a un «messaggio divinamente ispirato» ricevuto da Dio. In 1 Corinzi 14 leggiamo che la profezia è un dono che «parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione» (1 Corinzi 14:3-4).

    Sebbene l’apostolo Paolo incoraggiasse l’esercizio del dono della profezia, allo stesso tempo istruiva i credenti a valutare ciò che veniva detto (1 Corinzi 14:29) e a «esaminare ogni cosa e ritenere il bene» (1 Tessalonicesi 5:20-21). La Bibbia è il metro con cui si misurano i messaggi ricevuti in profezia. I messaggi che Dio dà sono scritturali, edificanti, istruttivi, incoraggianti ed esaltanti. Producono i frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine e autocontrollo (Galati 5:22-23). Anche quando Dio ci corregge o ci indica i nostri errori affinché «siamo partecipi della sua santità», ci dà speranza e ci fa sentire amati, come un padre che incoraggia i propri figli (Ebrei 12:10-11).

    Cercare la guida di Dio

    Quando apriamo il nostro cuore a Gesù, iniziamo una relazione personale e intima con Lui, non solo come nostro Salvatore, ma anche come nostro amico, maestro e consigliere. La preghiera è il mezzo attraverso il quale comunichiamo con Dio. La preghiera non è solo un rituale religioso, ma una relazione viva con il nostro Padre celeste, che ci comprende e ci ama come nessun altro può fare. Lui desidera che portiamo ogni nostra preoccupazione a Lui in preghiera e confidiamo che ci ascolterà e risponderà secondo la sua perfetta volontà. «Il Signore è vicino. Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti». E quando lo facciamo possiamo provare la «pace di Dio, che supera ogni comprensione» e che custodirà i nostri cuori e le nostre menti in Cristo Gesù (Filippesi 4:5-7).

    Possiamo confidare a Dio i nostri pensieri più profondi, i nostri sentimenti più intimi e i desideri e le aspirazioni del nostro cuore. Possiamo portare ogni peso e ogni fardello a Lui e affidarlo alla sua amorevole cura. La Bibbia dice che quando Gesù era sulla terra fu tentato allo stesso modo in cui lo siamo noi, eppure non peccò, quindi possiamo stare certi che ha ascoltato e visto tutto. Infatti «non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con le nostre debolezze» (Ebrei 4:15). Gesù è il nostro intercessore davanti a Dio: «Egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro» (Ebrei 7:25).

    La Bibbia ci dice che la fede è certezza di cose che si sperano e dimostrazione di cose che non si vedono (Ebrei 11:1); è credere in Dio e nella sua potenza, anche se non possiamo vederli. L’autore della Lettera agli Ebrei continua scrivendo: «Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti» (Ebrei 11:3). La fede biblica non è solo una pia illusione, ma la certezza che ciò che Dio ha promesso si realizzerà secondo la sua Parola. Non è una fiducia cieca, ma piuttosto la convinzione che Dio, che si è rivelato a noi attraverso la sua Parola e attraverso Gesù, manterrà le promesse fatte ai suoi figli.

    Se senti che la tua fede è carente, dedica del tempo allo studio della Parola di Dio e approfondisci la tua comprensione. La Bibbia insegna che «la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo» (Romani 10:17). Leggere di tutte le volte che Dio ha parlato ai suoi figli in passato, oltre a familiarizzarti con le sue numerose promesse contenute nella Bibbia, rafforzerà la tua fede nel fatto che Dio comunicherà anche con te e ti condurrà sui suoi sentieri di giustizia (Salmi 23:3).

    Quando cerchi le indicazioni di Dio e hai bisogno del suo aiuto, presentagli tutto in preghiera. Puoi iniziare col trovare un posto tranquillo e prenderti qualche minuto per parlare con il Signore. Digli cosa hai nel cuore. Digli quanto Lui è importante per te. Ringrazialo per il suo amore e per tutto ciò che ha fatto nella tua vita. Conta le tue benedizioni. «Entrate nelle sue porte con ringraziamento, nei suoi cortili con lode! Celebratelo, benedite il suo nome» (Salmi 100:4).

    Il Signore vuole che lo coinvolgiamo in ogni ambito della nostra vita e che cerchiamo la sua volontà e la sua guida nelle nostre decisioni. Mentre rimani in silenzio davanti a Dio e lo aspetti con riverenza, quiete, umiltà e pazienza, confida che ti guiderà e parlerà al tuo cuore. A volte può comunicare con te riportandoti alla mente un versetto, una storia o un passo della Bibbia che hai letto. Forse il suo Spirito parlerà al tuo cuore, dandoti la convinzione che «questa è la via, camminate in essa» (Isaia 30:21) come conferma di una decisione che devi prendere. Puoi anche chiedergli saggezza nel prendere decisioni, che Lui ha promesso di concederci: «Se qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio, che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data» (Giacomo 1:5).

    Nella sua Parola il Signore ha promesso che se glielo chiederemo con fede, riceveremo: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova; e sarà aperto a chi bussa» (Matteo 7:7-8). Ci sono momenti, tuttavia, in cui risponde in modo diverso da come ci aspettiamo, secondo la sua perfetta volontà e la sua conoscenza della nostra vita e della nostra situazione; oppure, siccome i suoi tempi sono diversi dai nostri, dobbiamo confidare in Lui anche quando le cose vanno diversamente da come avevamo previsto.

    Gesù una volta pose una domanda retorica: «Chi di voi, se suo figlio gli chiede del pane, gli darà una pietra?» Poi continuò, rispondendo che se noi, esseri umani peccatori, «sappiamo dare cose buone ai nostri figli, quanto più il Padre nostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!» (Matteo 7:9-11). Possiamo sempre confidare che il nostro Padre amorevole opererà nella nostra vita e risponderà alle nostre preghiere nel modo che ritiene migliore.

    Pubblicato originariamente sull’Ancora in inglese il 19 gennaio 2026.

  • Gen 17 Superare paura e preoccupazione
  • Gen 10 La forza di Dio nella nostra debolezza
  • Gen 7 Riflessioni sull’amicizia
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  • Dic 24 Abbiamo bisogno gli uni degli altri
   

L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • 1 Corinzi: capitolo 14 (versetti 1-25)

    [1 Corinthians: Chapter 14 (verses 1–25)]

    Alla fine del capitolo 13, Paolo scrive che “queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l’amore” (1 Corinzi 13:13). Nel capitolo 14, sottolinea l’importanza dell’amore nell’uso dei doni spirituali durante il culto comune.

    Ricercate l’amore e desiderate ardentemente i doni spirituali, principalmente il dono di profezia (1 Corinzi 14:1).

    Nell’incoraggiare i Corinzi a ricercare l’amore, Paolo sottolinea che l’amore è di prima importanza e che i credenti devono dargli la priorità. L’amore è il fondamento che deve guidare tutto ciò che facciamo ed è ciò a cui aspiriamo. Siamo esortati a fare dell’amore il nostro principio guida in tutte le nostre azioni e interazioni. L’amore non si riferisce semplicemente a un’emozione: è una scelta, un impegno ad agire in linea con la volontà divina.

    Paolo collega la ricerca dell’amore con il desiderio sincero dei doni spirituali. In precedenza, in 1 Corinzi 12, Paolo aveva insegnato che tutti i doni spirituali sono dati dallo Spirito e sono dati allo scopo di servire le altre membra del corpo di Cristo (1 Corinzi 12:7-10). In questo capitolo, incoraggia i Corinzi a esercitare i doni dello Spirito nel loro culto unito — in particolare la profezia — per l’edificazione degli altri e della chiesa.

    Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose (1 Corinzi 14:2).

    Chi parla in lingue pronuncia parole incomprensibili che gli altri non possono comprendere senza qualcuno che possa interpretare ciò che viene detto. Per questo motivo, chi parla in lingue non parla agli altri ma a Dio e i misteri che pronuncia non possono essere compresi dagli altri.

    Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione (1 Corinzi 14:3).

    Sebbene parlare in lingue in preghiera sia una pratica corretta e buona, in questo passo Paolo si concentra sui doni spirituali per l’edificazione degli altri. In questo contesto, promuove la profezia come mezzo per rafforzare, incoraggiare e confortare i credenti. La profezia nella prima Chiesa era simile alla predicazione nelle chiese di oggi. Come dice uno studioso della Bibbia:

    La profezia nella Chiesa primitiva assomigliava per molti aspetti alla predicazione contemporanea. Era un messaggio di Dio al suo popolo, pronunciato nella lingua del popolo. La profezia portava benefici alle persone in innumerevoli modi ed era usata al servizio dell’amore.1

    Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa (1 Corinzi 14:4).

    Paolo continua il suo paragone sottolineando che quando una persona parla in lingue, edifica solo se stessa, poiché è una forma di comunione personale con Dio. Naturalmente, non c’è nulla di sbagliato in questo e, come Paolo suggerisce più avanti in questo capitolo, c’è spazio per parlare in lingue per l’auto-edificazione. Tuttavia, nel culto pubblico, i doni dello Spirito devono essere esercitati per l’edificazione della chiesa. Tale edificazione comunitaria ha luogo solo quando ciò che viene detto può essere compreso dalla comunità.

    Vorrei che tutti parlaste in altre lingue, ma molto più che profetizzaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti perché la chiesa ne riceva edificazione (1 Corinzi 14:5).

    Pur continuando a incoraggiare i Corinzi a esercitare il dono di parlare in lingue, Paolo preferisce che profetizzino, a meno che non ci sia chi possa interpretare il messaggio dato in lingue, in modo che la chiesa ne possa beneficiare.

    Dunque, fratelli, se io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi servirebbe se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento?
    Perfino le cose inanimate che danno suono, come il flauto o la cetra, se non danno suoni distinti come si riconoscerà ciò che si suona con il flauto o con la cetra? E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia?
    (1 Corinzi 14:6-8)

    Paolo usò il termine “fratelli” (o “fratelli e sorelle” in altre traduzioni) per ammorbidire le sue parole e per aiutare i Corinzi a non mettersi sulla difensiva. Iniziò presentando uno scenario ipotetico in cui si sarebbe recato a visitarli, affermando che tale visita non avrebbe portato alcun beneficio ai credenti di Corinto, a meno che non avesse portato qualche rivelazione o conoscenza o profezia o insegnamento. L’unico beneficio di una visita di Paolo sarebbero stati gli insegnamenti che avrebbe impartito loro.

    In secondo luogo, Paolo utilizza un esempio musicale come illustrazione. Non è possibile distinguere una melodia suonata da un flauto o da un’arpa se non c’è una serie distinguibile di note. In terzo luogo, fa riferimento a una tromba usata come richiamo in battaglia, notando che il segnale non sarà compreso se la tromba non emetterà un richiamo chiaro; altrimenti, avrà fallito il suo scopo. Paolo usa queste illustrazioni per sottolineare che le lingue senza interpretazione non rivelano nulla, non comunicano conoscenza e non forniscono istruzioni. Sono piuttosto come uno strumento stonato che emette suoni che non giovano a nessuno.

    Così anche voi, se con la lingua non proferite un discorso comprensibile come si capirà quello che dite? Parlerete al vento (1 Corinzi 14:9).

    Paolo conclude che è necessario comunicare chiaramente per l’edificazione e il rafforzamento degli altri e lo applica direttamente alla situazione di Corinto. L’implicazione è che i Corinzi praticavano un parlare in lingue inintelligibili, che in definitiva non era altro che parlare al vento.2

    Ci sono nel mondo non so quante specie di linguaggi e nessun linguaggio è senza significato. Se quindi non comprendo il significato del linguaggio sarò uno straniero per chi parla, e chi parla sarà uno straniero per me (1 Corinzi 14:10-11).

    Paolo sottolineò che, sebbene al mondo esistano diversi tipi di lingue, il loro scopo è quello di comunicare con gli altri. Se qualcuno non capisce ciò che viene detto, se non si parla la stessa lingua, allora chi ascolta e chi parla sono praticamente stranieri tra di loro. I loro tentativi di comunicare falliranno e alla fine non gioveranno a nessuno.

    Così anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa (1 Corinzi 14:12).

    Paolo approvava il desiderio dei Corinzi di ricercare le manifestazioni dello Spirito Santo. Tuttavia, li esorta a sforzarsi di eccellere in quelle che edificano e costruiscono la Chiesa.

    Perciò chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare, perché, se io prego in altra lingua, il mio spirito ben prega, ma la mia mente rimane infruttuosa (1 Corinzi 14:13-14 LND).

    Dopo aver sottolineato i limiti del parlare in lingue, Paolo fece notare che quando qualcuno pregava in quel modo, le sue preghiere coinvolgevano solo il suo spirito e non la sua mente. Pertanto, sarebbe più vantaggioso se la persona pregasse anche per l’interpretazione delle lingue, in modo da comprendere e beneficiare del messaggio.

    Paolo conclude che le lingue senza interpretazione non possono essere comprese da nessuno, incluso chi sta dando il messaggio. Se Paolo non capiva quello che diceva quando pregava in lingue, come potevano capirlo e trarne beneficio i suoi ascoltatori?

    Che fare dunque? Pregherò con lo spirito, ma lo farò anche con la mente; canterò con lo spirito, ma canterò anche con la mente (1 Corinzi 14:15 LND).

    A causa dei limiti della preghiera in lingue, Paolo decise di pregare, cantare e lodare sia con lo spirito che con la mente. Mentre il canto e la preghiera in lingue erano appropriati nella preghiera e nell’adorazione privata, non era così nel culto pubblico.

    Altrimenti, se tu benedici Dio soltanto con lo spirito, colui che occupa il posto come semplice uditore come potrà dire «Amen!» alla tua preghiera di ringraziamento, visto che non sa quello che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento, ma l’altro non è edificato (1 Corinzi 14:16-17).

    Paolo sottolineò l’importanza di una comunicazione chiara durante il culto e fece notare che se qualcuno parla in lingue senza interpretazione, quelli che non capiscono la lingua non possono unirsi alla preghiera.

    Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua (1 Corinzi 14:18-19).

    Anche se Paolo sperimentava personalmente le benedizioni di questo dono nel suo culto privato, in pubblico preferiva pronunciare cinque parole che potessero essere comprese da chi ascoltava piuttosto che migliaia di parole in lingue. La sua attenzione era rivolta a parole che servivano a insegnare e istruire gli altri, onorando così Dio.

    Fratelli, non siate bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare, siate uomini compiuti (1 Corinzi 14:20).

    Ancora una volta, Paolo si riferisce ai Corinzi come fratelli, cosa che probabilmente esprime l’intensità del suo appello nei loro confronti. Ammonendoli di non pensare come bambini, Paolo suggerisce che l’attenzione dei Corinzi per la glossolalia [il parlare in lingue] rivela la loro immaturità spirituale.

    A volte la Scrittura elogia gli atteggiamenti infantili dei credenti, come quando Gesù sottolinea la fiducia di un bambino come esempio di fede (Marco 10:15). In questo caso, però, Paolo afferma che i credenti dovrebbero essere innocenti come i bambini nei confronti del male; in altre parole, i credenti non dovrebbero praticare il male ma tenersene lontani. Naturalmente, i cristiani non devono essere ingenui in quanto al male, come Gesù disse ai discepoli di “essere prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10:16), ma Paolo insistette sul fatto che i credenti dovrebbero pensare in modo maturo per quanto riguarda la dottrina e la pratica cristiana.

    È scritto nella legge: «Parlerò a questo popolo per mezzo di persone che parlano altre lingue e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno», dice il Signore. Quindi le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti; la profezia, invece, serve di segno non per i non credenti, ma per i credenti (1 Corinzi 14:21-22).

    Paolo parafrasò Isaia 28:11-12 per sottolineare la necessità che i Corinzi pensassero correttamente alle lingue. In questo passo, Isaia aveva avvertito l’Israele settentrionale che Dio li avrebbe esiliati in un luogo dove avrebbe usato lingue sconosciute e straniere per parlare al suo popolo. Tuttavia, nonostante questa punizione, essi continuarono a non ascoltare il Signore.

    Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno che siete pazzi? (1 Corinzi 14:23)

    Dopo aver argomentato che le lingue non interpretate nel culto unitario non sono proficue per la comunità, Paolo passa a sottolineare come possano ostacolare l’evangelizzazione allontanando i non credenti. Presenta uno scenario ipotetico in cui persone estranee e non credenti partecipano a un incontro pubblico in cui tutta la chiesa parla in lingue. Chi non ha alcuna conoscenza del cristianesimo li penserebbe pazzi e potrebbe finire per allontanarsi senza ascoltare il messaggio del Vangelo.

    Ma se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono svelati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi (1 Corinzi 14:24-25).

    Paolo contrappone lo scenario precedente a quello di un non credente che entra in un servizio di culto in cui vengono dati messaggi in profezia con parole comprensibili per l’estraneo. L’effetto sarebbe molto diverso, perché il visitatore si sentirebbe ammonito dal messaggio e Dio gli parlerebbe attraverso di esso. Il visitatore si scoprirebbe peccatore, adorerebbe Dio e riconoscerebbe la presenza divina nella congregazione.

    Con le parole di un commentatore della Bibbia:

    Questi nuovi convertiti sarebbero rimasti tanto stupiti dalla parola di Dio proclamata nell’assemblea cristiana che avrebbero proclamato: “Dio è davvero in mezzo a voi”. […] La conversione dei perduti fa parte dello scopo delle assemblee cristiane.3

    (Continua)


    1 Richard L. Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians. Vol. 7 (B&H Publishing Group, 2000), 244.

    2 Leon Morris, 1 Corinthians: An Introduction and Commentary, vol. 7, Tyndale New Testament Commentaries (InterVarsity Press, 1985), 767.

    3 Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians.


    Pubblicato originariamente in inglese il 14 ottobre 2025.

  • Dic 30 La vita di un discepolo, parte 4: il rapporto con Dio
  • Dic 16 La vita di un discepolo, parte 3: dimorare in Cristo
  • Dic 2 1 Corinzi: capitolo 13 (versetti 1-13)
  • Nov 18 La vita di un discepolo, parte 2: amare Dio con tutto il nostro essere
  • Nov 4 1 Corinzi: capitolo 12 (versetti 12-30)
  • Ott 21 La vita di un discepolo: introduzione
  • Ott 7 1 Corinzi: capitolo 12 (versetti 1-11)
  • Set 23 1 Corinzi: capitolo 11 (versetti 17-34)
  • Ago 26 1 Corinzi: capitolo 11 (versetti 2-16)
   

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