L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • La parabola del fattore infedele

    Peter Amsterdam

    [The Parable of the Unjust Steward]

    La parabola del fattore infedele è la seconda di tre parabole nel Vangelo di Luca che trattano della gestione del denaro e delle proprietà. Le altre erano quella del ricco stolto (Luca 12:16-21) e quella del ricco e di Lazzaro (Luca 16:19–31). La parabola del fattore infedele è considerata una delle più difficili da comprendere ed è interessante vedere quante interpretazioni diverse se ne sono date nei secoli.

    In questa parabola, che troviamo in Luca 16:1–13, Gesù raccontò la storia di un fattore (amministratore) di un ricco possidente terriero, che fu da lui licenziato dopo aver scoperto la sua disonestà. Il fattore poi agisce nel proprio interesse, defraudando ulteriormente il suo capo. Quando questi lo scopre, gli fa i suoi complimenti.

    Questa parabola sembrerebbe insegnare che Gesù giustifica, e perfino loda, il comportamento peccatore del fattore — ed è certamente una cosa un po’ imbarazzante. Anzi, nel quarto secolo, l’imperatore Giuliano, chiamato l’Apostata, ultimo degli imperatori romani non cristiani, usò questa parabola per affermare che Gesù insegnava ai suoi seguaci a essere ladri e bugiardi.1

    Nel corso dei secoli sono state date varie interpretazioni del significato di questa parabola, secondo le quali parlerebbe di una serie di argomenti, tra i quali il fare l’elemosina ai poveri, l’uso corretto del denaro, oppure come avvertimento a Israele.2 Sottolineerò quella che a me sembra sia una spiegazione accurata del messaggio della parabola, basata in gran parte sulle vedute di Kenneth Bailey nel suo libro Gesù visto da occhi medio-orientali.

    Iniziamo dal primo versetto della parabola, che introduce i due personaggi principali e prepara la scena per ciò che verrà in seguito.

    Vi era un uomo ricco che aveva un fattore; e questi fu accusato davanti a lui di dissipare i suoi beni (Luca 16:1).

    Man mano che la storia si sviluppa, diventa chiaro che questo ricco aveva una considerevole quantità di terreni che affittava ad altri perché la coltivassero, e che aveva un fattore responsabile di curare i suoi affari. Qualcuno era andato dal ricco possidente e gli aveva detto che il suo fattore stava sperperando le sue risorse. La parola qui usata per dissipare è lo stesso termine greco utilizzato nella parabola del Figliol Prodigo (Luca 15:11–12), quando parla di come il figlio più giovane aveva sperperato la sua ricchezza in piaceri personali. Il fattore era stato accusato di sperperare la ricchezza del suo padrone.

    Allora egli lo chiamò e gli disse: «Che cosa è questo che sento dire di te? Rendi ragione della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore» (Luca 16:2).

    Il ricco fa sapere al fattore che altre persone gli hanno parlato della sua cattiva gestione — presumibilmente che aveva approfittato della sua posizione e si era riempito le tasche alle spese del vero padrone.

    Nella Palestina del primo secolo e negli altri paesi del mondo antico, i fattori avevano piena autorità di gestire gli affari in nome dei proprietari terrieri. Qualsiasi contratto fatto in nome del proprietario era legalmente vincolante, quindi, prima di nominare qualcuno gestore dei suoi affari, della sua casa e delle sue questioni finanziarie, un proprietario doveva avere completa fiducia in lui. Evidentemente questo ricco aveva questo tipo di fiducia nel suo fattore, che però lo aveva ripagato male.

    Messo alle strette dal proprietario, il fattore non dice niente. Non si difende. Non chiede chi siano i suoi accusatori. Non lo nega e il suo silenzio è preso come un’ammissione di colpevolezza. Il proprietario lo licenzia immediatamente e gli impone di riconsegnare i libri contabili. Da quel momento l’uomo non ha più l’autorità legale di condurre affari in nome del proprietario. Nei due versetti successivi ascoltiamo i pensieri del fattore che considera le sue possibilità di trovare un altro impiego, mentre va a prendere i registri.

    Il fattore disse fra se stesso: «Che farò ora, dato che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? A zappare non son capace, e a mendicare mi vergogno» (Luca 16:3).

    La valutazione che del suo futuro è sconfortante. Il suo licenziamento significa che ben presto tutti nel villaggio sapranno che è stato licenziato. Lui non è abbastanza forte per lavorare nei campi come contadino o bracciante e si vergogna troppo per mendicare. Le sue prospettive non sono molto buone. Ora sentiamo il suo ragionamento interiore successivo:

    «Io so cosa fare affinché, quando io sarò rimosso dall’amministrazione, mi accolgano nelle loro case!» (Luca 16:4).

    Ha un piano che spingerà altre persone ad «accoglierlo nelle loro case», una frase idiomatica che significa venire impiegato da un altro proprietario terriero. Il suo piano gli darà la possibilità di trovare un altro lavoro, nonostante la gente sappia che è stato disonesto ed è stato licenziato dalla sua posizione. Poi comincia a mettere azione il suo piano.

    Chiamati dunque ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: «Quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento bati di olio». Allora egli gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siedi e scrivi subito cinquanta». Poi disse ad un altro: «E tu quanto devi?». Ed egli disse: «Cento cori di grano». Allora egli gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta» (Luca 16:5–7).

    Il fatto che l’uomo convochi i debitori del suo padrone individualmente informa l’ascoltatore che a questo punto le uniche persone che sanno che il fattore è stato licenziato sono il proprietario e il fattore stesso. Evidentemente i servi del proprietario non lo sanno ancora, perché se avessero saputo che non era più l’amministratore, non avrebbero eseguito i suoi ordini.

    Nemmeno i debitori lo sanno, perché se l’avessero saputo, probabilmente non sarebbero andati a un incontro privato con lui. Questi debitori non erano povera gente; avevano affittato vaste parti delle terre del possidente. Uno aveva affittato un uliveto e un altro un campo di grano.

    In quei giorni una persona affittava e lavorava campi, frutteti e vigneti, pagando al proprietario una certa quantità del raccolto. Uno di questi uomini aveva concordato di dare cento misure d’olio d’oliva e un altro cento misure di grano.

    Un bato d’olio, dalla parola ebraica bath, corrisponde approssimativamente a 39 litri, quindi uno dei debitori aveva concordato di pagare circa 3.900 litri di olio d’oliva, cioè più o meno il prodotto di 150 ulivi, per un valore di circa mille denari. Un denaro (in Latino denarius) era l’equivalente della paga giornaliera di un operaio non qualificato. Un altro debitore aveva promesso di pagare 27 tonnellate di grano, cioè il raccolto di un campo di 40 ettari. Il valore del grano dovuto era all’incirca 2.500 denari.

    Il fattore infedele diminuì la quantità di olio dovuto del 50 percento, o 500 denari, e quella del grano dovuto del 20 percento (anche questa 500 denari). Disse a entrambi di riscrivere il conto da pagare, così da indicare 500 denari in meno di quello originale, una bella somma. Dopo aver truffato il possidente a proprio vantaggio, lo truffò di nuovo di 10.000 denari, soltanto che questa volta non fu per un guadagno finanziario, ma perché questi uomini si facessero una buona opinione di lui e forse gli offrissero un lavoro una volta che avessero saputo del suo licenziamento.

    I debitori se ne andarono contenti che il proprietario dei terreni fosse stato così generoso e contenti anche con il fattore, a cui probabilmente diedero il merito di aver convinto il padrone a fare un gesto tanto generoso.

    In un certo senso, il fattore aveva messo il padrone con le spalle al muro. Una volta scoperto che il fattore aveva cambiato la somma dovutagli, il padrone aveva legalmente diritto a non rispettare lo sconto e a esigere il pagamento completo al momento del raccolto. Comunque, se avesse annullato la modifica, avrebbe perso la buona reputazione appena guadagnata con i suoi affittuari. E quando gli altri abitanti del villaggio l’avessero saputo, come sarebbe senz’altro successo, la sua reputazione sarebbe scaduta anche con loro. Il fattore stava derubando il suo padrone ancora una volta, tuttavia con la sua astuzia lo stava facendo in maniera che andasse a suo vantaggio e offrisse dei benefici anche al proprietario. La storia termina con il seguente commento:

    Il padrone lodò il fattore disonesto, perché aveva agito con avvedutezza (Luca 16:8).

    Qui si afferma chiaramente che il fattore è disonesto, quindi non si suggerisce che venga lodato per essere buono, virtuoso o pentito. Il padrone si complimenta con lui per la sua avvedutezza; in altre parole, per la sua scaltrezza e astuzia negli affari. Ciò che aveva fatto era sbagliato e lui era stato punito con la perdita del suo lavoro, ma era stato lodato per aver giudicato bene la natura e il carattere del suo padrone e per il suo piano astuto e avveduto.

    Le azioni del fattore misero in buona luce con i fittavoli sia lui che il padrone. Molto probabilmente anche la comunità locale avrebbe sentito che il padrone era stato incredibilmente generoso. La storia di quello che il fattore aveva fatto probabilmente sarebbe finita per diventare nota e gli abitanti della zona si sarebbero resi conto che il padrone avrebbe potuto punirlo e vendere la sua famiglia, ma non l’aveva fatto. Anche se è improbabile che qualcuno l’avrebbe assunto localmente come fattore, vista la sua disonestà, molto probabilmente avrebbe trovato qualche altro lavoro a causa della sua avvedutezza — e questo era il suo obiettivo. Il suo piano si rivelò una vittoria per lui e una vittoria per il padrone, anche se per quest’ultimo fu costosa.

    Probabilmente questa parabola affascinò gli ascoltatori originali, come potrebbe succedere oggi a chi legge un libro o guarda un film che parla di un ladro il cui piano è estremamente astuto, complesso e fantasioso; ma avrebbero anche capito che il padrone era buono e generoso.

    Alla fine della storia, Gesù dice qualcos’altro per spiegare come applicarla:

    Il padrone lodò il fattore disonesto, perché aveva agito con avvedutezza. Poiché i figli di questo mondo, nella loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. Or io vi dico: Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste perché, quando esse verranno a mancare, vi ricevano nelle dimore eterne (Luca 16:8-9).

    Con quest’affermazione difficile da comprendere, Gesù fa un paragone tra le persone di questo mondo e quelle della luce. Le persone di questo mondo trattano i loro simili con maggior astuzia delle persone della luce, perché, come il fattore, sanno lavorare all’interno del sistema del mondo. Sanno come fare buoni affari, fare soldi, diventare ricchi, avere successo secondo le maniere e i principi del mondo.

    Gesù invece dice alle persone della luce di operare saggiamente secondo una diversa scala di principi: quelli del regno di Dio, basati sulla natura amorevole, generosa e misericordiosa di Dio. Devono operare secondo la volontà divina e comportarsi con amore e generosità nei confronti degli altri, per diventare ricchi verso Dio e farsi dei tesori in cielo (Matteo 6:19–21).

    Ai credenti viene insegnato di usare il denaro e le ricchezze di questo mondo per farsi degli amici in questo mondo. In altre parole, di fare cose buone con il vostro denaro, essere generosi, condividere, dare a chi ha bisogno, aiutare chi potete. Verrà il momento in cui il denaro non avrà più valore né importanza; e verrà il momento in cui passerete da questo mondo in quello a venire. Se vivete secondo i principi del regno di Dio, quando arriverete in cielo sarete accolti nelle vostre dimore eterne dalle persone che avete aiutato e che sono arrivate là prima di voi.

    In questa parabola, Gesù insegna la natura di Dio, il quale, come il possidente terriero, è misericordioso e generoso. Sottolinea che i credenti dovrebbero imparare qualcosa dal fattore infedele. Anche se quello che aveva fatto era chiaramente sbagliato, per lo meno aveva capito la natura del suo padrone e si era comportato di conseguenza. Quanto più noi cristiani dovremmo capire la natura amorevole e generosa di Dio e condurre la nostra vita con una grande fede nel suo amore, nella sua misericordia e nella sua generosità, e allo stesso tempo imitare le sue qualità dimostrandoci generosi e magnanimi nei confronti degli altri.

    Tutti abbiamo bisogno di soldi per vivere, per prenderci cura di noi e della nostra famiglia, ma usare parte di quello che abbiamo ricevuto per grazia per aiutare gli altri è un mezzo per farceli amici e far capire loro che Dio li ama e vuole benedirli. Quando condividiamo le nostre risorse, noi riflettiamo la generosità di Dio e nel farlo non solo aiutiamo gli altri, ma ci facciamo tesori in cielo.

    Forse non abbiamo molte delle ricchezze di questo mondo da condividere con gli altri, ma abbiamo beni in abbondanza da condividere, molto più preziosi del semplice denaro: la verità della Parola di Dio, l’amore di Dio e la conoscenza di come entrare in un rapporto salvifico con Lui attraverso Gesù. Forse adesso non siete nella posizione di aiutare gli altri finanziariamente, ma potete donare loro il vostro tempo, la vostra assistenza, le vostre preghiere, il vostro conforto e il vostro amore.

    Ognuno di noi ha la vera ricchezza della giustizia, la buona notizia della salvezza da condividere liberamente con gli altri. Quindi, condividiamo le nostre benedizioni materiali e spirituali con chi ne ha bisogno, così che possano conoscere il nostro Dio amorevole e generoso e il suo Figlio meraviglioso, Gesù.

    Pubblicato originariamente nell’agosto 2014. Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 22 giugno 2026.


    1 Kenneth E. Bailey, Jesus Through Middle Eastern Eyes (InterVarsity Press, 2008), 333.

    2 Klyne Snodgrass, Stories With Intent (Eerdmans, 2008), 406–409.

  • Giu 20 La grazia divina
  • Giu 19 Il mio Spirito all’opera in te
  • Giu 16 Quando Dio non ci concede i desideri del nostro cuore
  • Giu 15 Emanare sempre di più la sua radiosità
  • Giu 12 Chi tira i fili?
  • Giu 11 Accettare i cambiamenti nella natura e nella vita
  • Giu 8 Avere sempre più perseveranza, parte 2
  • Giu 6 La presenza di Dio nei momenti di depressione
  • Giu 5 Dio si prenderà cura di te
   

L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • La vita di un discepolo, parte 10: la nostra vita lavorativa

    L’angolo dei direttori
    Peter Amsterdam, 28 aprile 2026

    The Life of Discipleship, Part 10: Our Work Life

    La maggior parte delle persone del mondo trascorrerà una parte significativa della propria vita lavorando, attività che generalmente si svolge in un ambiente di lavoro, anche se al giorno d’oggi tale ambiente può essere anche virtuale. È evidente che il lavoro – sia esso in un contesto laico o in uno missionario-cristiano – occuperà gran parte del nostro tempo per gran parte della nostra vita adulta. In molti casi, ciò comporterà il lavorare con persone il cui sistema di opinioni e la cui visione del mondo potrebbero differire dai nostri. Quindi, come cristiani, come integriamo la nostra vita lavorativa nel nostro discepolato?

    Cominciamo col vedere cosa dice la Bibbia riguardo al lavoro.

    Le Scritture generalmente presentano una visione positiva del lavoro. Prima che il peccato entrasse nel mondo, Dio ordinò ad Adamo ed Eva di lavorare, quando disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta» (Genesi 1:28). «Il Signore Dio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse» (Genesi 2:15).

    Il lavoro non fa parte della condizione umana decaduta, ma della creazione «molto buona» di Dio (Genesi 1:31). Nel libro della Genesi, la creazione del mondo da parte di Dio è indicata come una sua opera, un lavoro. «Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta» (Genesi 2:2). Vediamo anche che il quarto dei Dieci Comandamenti fa riferimento sia al non lavorare il settimo giorno, il sabato, sia al lavorare gli altri giorni della settimana. «Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo» (Esodo 20:9–10).

    Vediamo che fin dall’inizio della sua creazione, Dio stabilì il lavoro come parte del suo piano per la prosperità umana. Timothy Keller lo ha commentato come segue:

    Il libro della Genesi ci rivela una verità sorprendente: il lavoro faceva parte del paradiso. Uno studioso della Bibbia lo ha sintetizzato così: «È perfettamente chiaro che il piano benevolo di Dio ha sempre previsto che gli esseri umani lavorassero o, più precisamente, vivessero in un ciclo costante di lavoro e riposo». […] Faceva parte del disegno perfetto di Dio per la vita umana, perché siamo stati creati a immagine di Dio e parte della sua gloria e della sua felicità è il fatto che Egli lavora, come fa anche il Figlio di Dio, che disse: «Il Padre mio opera sempre fino ad ora e anch’io opero» (Giovanni 5:17) […]

    Sebbene i dodici apostoli di Gesù abbiano lasciato le loro reti dopo averlo incontrato (Luca 5:11), in seguito li vediamo continuare il loro mestiere di pescatori. Vediamo Paolo continuare a lavorare come fabbricante di tende mentre svolgeva il suo ministero di evangelizzatore. Non si tratta di uomini che incontrano Cristo e smettono il loro «lavoro secolare», o che riducono la loro intensità e passione. Al contrario, ciò che cambiò per sempre fu il rapporto dei discepoli con il loro lavoro. Gesù mostrò loro il quadro generale, anzi, Lui stesso era quel quadro generale. Li chiamò in modo molto preciso a un tipo di pesca che andava oltre la loro: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini» (Luca 5:10). In altre parole, Lui veniva a redimere e guarire il mondo e invitò i suoi discepoli a far parte di questo progetto. Ora avevano un’identità e un significato scollegati dal loro lavoro o dalla loro situazione finanziaria. In tal modo potevano allontanarsene (se necessario) o riprenderlo o affrontarlo in modo diverso da prima. […]

    Il lavoro è uno dei modi in cui ci rendiamo utili agli altri, invece di vivere una vita esclusivamente per noi stessi. Inoltre, il lavoro è uno dei modi in cui scopriamo chi siamo, perché è attraverso di esso che arriviamo a comprendere le nostre capacità e i nostri talenti particolari, una componente fondamentale della nostra identità. […] Come estensione dell’opera creativa di Dio, il lavoro del cristiano è orientato verso di Lui e dobbiamo chiederci come lo si possa svolgere in modo particolare e per la sua gloria. Come estensione dell’opera provvidenziale di Dio, il nostro lavoro è orientato verso il nostro prossimo e dobbiamo chiederci come è possibile svolgerlo in modo eccellente e per il bene degli altri.1

    Nel Nuovo Testamento troviamo riferimenti positivi al lavoro. Ad esempio, leggiamo che in alcuni periodi, durante i suoi viaggi missionari, l’apostolo Paolo lavorò come fabbricante di tende (Atti 18:2–3). In un altro punto, Paolo fa riferimento al suo esempio di «affaticarsi» per provvedere ai propri bisogni e a quelli dei suoi compagni di viaggio (Atti 20:33–35). In Efesini, scrisse dell’importanza del lavoro dicendo: «Si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno» (Efesini 4:28).

    Nella sua lettera alla comunità di Tessalonica, Paolo sottolineò l’importanza che i credenti si mantenessero lavorando. «[Cercate di] vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno» (1 Tessalonicesi 4:11–12). Nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, Paolo esortò la chiesa a imitare il suo esempio di lavoro, e proseguì «ordinando ed esortando» i credenti «a svolgere il proprio lavoro con tranquillità e a guadagnarsi il pane che mangiano» (2 Tessalonicesi 3:7–12).

    Naturalmente, non tutto il lavoro viene retribuito economicamente. Uno dei compiti più importanti è quello dei genitori e di chi si occupa della casa, anche se tale lavoro non è retribuito. Anche il volontariato è molto importante, poiché le persone donano generosamente il proprio tempo per aiutare gli altri, per esempio attraverso la propria chiesa o altre organizzazioni. Il lavoro missionario è un compito di enorme importanza, che spesso è svolto su base volontaria e spesso dipende dalle donazioni e dal sostegno di altri. Molti cristiani devoti sono chiamati da Dio a dedicare la propria vita al suo servizio, diffondendo il Vangelo nel loro campo di missione o lavorando in progetti di aiuto umanitario senza ricevere uno stipendio regolare per il loro lavoro.

    Qualunque sia il lavoro a cui il Signore ci chiama – retribuito o non retribuito – come credenti siamo chiamati a essere un buon esempio di Gesù e della nostra fede per gli altri. Qualunque sia il nostro lavoro quotidiano, facciamolo come se fosse per Lui, per la sua gloria. «Qualunque cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio» (1 Corinzi 10:31).

    Perché lavorare?

    Se pensiamo a quanto tempo della vita di una persona media è dedicato al lavoro, sorge spontanea una domanda: perché Dio ha dato agli esseri umani un lavoro da svolgere?

    Parte dell’essere creature fatte a immagine di Dio è la capacità di rispecchiare la sua attività creativa. Quando realizziamo qualcosa, come cuocere una pagnotta di pane, costruire una capanna o sviluppare un programma per computer, stiamo creando qualcosa che prima non esisteva. Tale lavoro riflette gli attributi di Dio anche in altri modi, come la saggezza, la forza, la pazienza e la conoscenza.

    Mentre tutta la natura manifesta la gloria di Dio (vedi il regno vegetale e quello animale), la creatività degli esseri umani manifesta la sua gloria in modi molto diversi. Solo gli esseri umani creano, inventano e innovano. La capacità degli esseri umani di svolgere un lavoro creativo indica che siamo stati creati da Dio a sua immagine. Come esseri umani, possiamo creare valore. Quando svolgiamo un lavoro produttivo, aumentiamo il valore totale delle cose che esistono, a beneficio dell’umanità.

    Un altro aspetto importante del lavoro è che può infonderci un senso intrinseco di valore e di autostima, fornendoci alo stesso tempo un mezzo per essere una testimonianza per i non credenti (1 Tessalonicesi 4:11–12). Questo spiega in parte perché quando vengono licenziate e non riescono a trovare un altro impiego, o quando non possono lavorare a causa di una malattia o di un infortunio, le persone vivono questa situazione con grande difficoltà. Non avere un lavoro produttivo può causare frustrazione per via dell’impossibilità di fare ciò per cui Dio ha creato gli esseri umani: essere impegnati in un lavoro produttivo e quindi provvedere a se stessi finché ne sono in grado.

    La maggior parte dei cristiani non è impegnata a tempo pieno nel lavoro della chiesa o delle missioni, ma è impiegata in ambienti di lavoro secolari, spesso lavorando a fianco o sotto la guida di non cristiani. Succedeva anche nella chiesa primitiva, quando i cristiani erano una piccola minoranza che lavorava in un mondo prevalentemente secolare. Tuttavia, erano chiaramente dei testimoni sul posto di lavoro e contribuirono alla rapida diffusione del cristianesimo. Anzi, lo storico della religione Kenneth Latourette ha proposto che «i principali agenti dell’espansione del cristianesimo sembrano […] essere stati […] uomini e donne che si guadagnavano da vivere in modo puramente secolare e parlavano della loro fede alle persone che incontravano in questo modo naturale».2

    L’apostolo Paolo riteneva che i credenti fossero stati collocati in impieghi ai quali li aveva chiamati Dio. «Ciascuno continui a vivere nella condizione assegnatagli dal Signore» (1 Corinzi 7:17). Qualunque sia il lavoro che un credente svolge (purché non sia contrario all’etica, o immorale), si tratta di una situazione che «Dio gli ha assegnato», almeno per il momento. Dio potrebbe chiamarlo a un’altra occupazione in seguito, ma finché è chiamato a un lavoro particolare, il suo compito è quello.

    Qualunque sia il posto di lavoro che occupiamo, come cristiani siamo esortati a essere onesti e affidabili, persone di integrità, nonché testimoni fedeli ovunque sia possibile. I credenti sono esortati a essere una testimonianza del cristianesimo, un esempio di Gesù in qualunque situazione si trovino, «per onorare in ogni cosa la dottrina di Dio, nostro Salvatore» (Tito 2:10). Anche se non sempre possiamo condividere liberamente la nostra fede sul posto di lavoro, possiamo sempre trovare qualche modo per esserne un esempio vivente, come evidenziano i seguenti estratti di articoli.

    Il tuo campo di missione

    Dio non ha mai voluto che il culto domenicale fosse separato dal lavoro del lunedì. Il tuo lavoro, la tua vocazione, le tue responsabilità quotidiane sono tutti luoghi di discepolato e di formazione di discepoli. Colossesi 3:17 ci ricorda: «Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesù».

    Ogni foglio di calcolo. Ogni e-mail. Ogni riunione. Ogni riparazione. Ogni consegna. Ogni pasto preparato. […] Fatto con la sua gioia. Fatto per sua grazia e nel suo Nome. Spesso pensiamo che il lavoro sacro avvenga nelle chiese o nei ministeri. Ma il lavoro sacro si realizza in ogni vocazione quando è fatto per la gloria di Dio e il bene degli altri. […]

    Il tuo lavoro non è casuale. Non è «mondano». È profondamente sacro quando è fatto per Dio. Il mondo ha bisogno di persone come te: profondamente radicate in Cristo, che vivono con fede e gioia ovunque Dio le abbia poste. Quando servi gli altri per la pura gioia di essere usato da Dio per fare del bene a favore di qualcun altro, fai parte di un coro globale che canta la bontà di Dio attraverso le sue azioni.

    Il tuo posto di lavoro diventi il tuo campo di missione. I tuoi compiti quotidiani diventino atti di culto. La tua attività sia uno spazio in cui la bontà di Dio risplende attraverso la tua integrità, umiltà e speranza. Perché quando lo fai, vediamo ciò che accade: il sacro invade il secolare. Ed è lì che il regno di Dio entra silenziosamente nel mondo: un compito, una conversazione, una vita alla volta. —Dan Miller3

    Fare evangelizzazione sul posto di lavoro

    Se una persona media trascorre almeno otto ore al lavoro, cinque giorni alla settimana, nell’arco di un anno questo significa 2.080 ore all’anno sul posto di lavoro e nella comunità. Anche se questo numero fosse solo la metà, sarebbe comunque molto tempo.

    Se fatto nel modo giusto, c’è una ragione fondamentale per cui tutti dovremmo cercare un modo per condividere la nostra fede ovunque Dio ci abbia posto: siamo stati chiamati a condividere la nostra fede proprio da quel Dio che riconosciamo come Signore. Non mi soffermerò su tutti i passi delle Scritture che ci invitano a testimoniare il Vangelo sia con le parole che con le opere (ad esempio, Atti 22:14–15; Atti 4:20; Matteo 28:19). Quel che dirò è che l’evangelizzazione, se fatta nel modo giusto e nel contesto giusto, è di fondamentale importanza se vogliamo veder crescere il regno di Dio e vedere sempre più persone giungere alla conoscenza salvifica di Gesù Cristo.

    Tuttavia, troppe persone nella chiesa semplicemente non sanno essere buoni testimoni del Vangelo sul posto di lavoro. O non sappiamo come avviare conversazioni sulla fede, oppure non sappiamo come portarle avanti in modo appropriato una volta che la porta ci è stata socchiusa. La chiave per un’evangelizzazione efficace nel mondo del lavoro è almeno quintupla:

    Lavorare con eccellenza. Colossesi 3:23 ci esorta a lavorare sodo come se fosse per il Signore. Indipendentemente dal luogo di lavoro, lavoriamo innanzitutto per un pubblico costituito da una sola Persona. E quando lavoriamo in questo modo, gettiamo le basi per testimoniare a chi ci sta intorno.

    Avere integrità. Essere integri significa essere onesti e avere solidi principi e convinzioni morali. Ciò che le persone vedono è ciò che è. Siamo sale e luce sul posto di lavoro; non prendiamo scorciatoie né svolgiamo un lavoro approssimativo. In questo modo, prendiamo a modello Gesù, che ci ha fornito l’esempio del carattere di cui abbiamo bisogno quando cerchiamo di dare una testimonianza efficace del Vangelo.

    Avere discernimento. Il Libro dei Proverbi è un ottimo punto di partenza quando consideriamo l’importanza della saggezza. […] Dobbiamo sempre cercare innanzitutto di udire la voce di Dio mentre viviamo la nostra fede sul posto di lavoro. Dobbiamo essere saggi nel capire il come, il quando, il perché e il chi della testimonianza evangelica nel mondo del lavoro. Se non lo facciamo, non solo mettiamo a rischio il nostro lavoro, ma forse anche l’efficacia della nostra testimonianza.

    Ascoltare la voce di Dio. Dobbiamo seguire i suggerimenti di Dio e lasciare che lo Spirito Santo ci guidi nelle conversazioni. Senza un fondamento di preghiera e la disciplina spirituale di ascoltare Dio e la sua Parola, non siamo altro che cimbali risuonanti o gong rumorosi.

    Mettersi in movimento! Una volta che sentiamo che Dio ci chiede di avere conversazioni più profonde, dobbiamo seguirlo in luoghi che a volte sono difficili. Dobbiamo camminare – e a volte correre – verso i rapporti umani con l’impegno di percorrere una lunga strada, se necessario, per diventare amici e confidenti. —Ed Stetzer4

    Come credenti, siamo esortati a vivere il nostro discepolato in ogni sfera della nostra esistenza, compresa quella lavorativa. Come scrisse Paolo ai Colossesi: «Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l'eredità. Servite Cristo, il Signore!» (Colossesi 3:23–24).

    Come suoi ambasciatori, siamo esortati a trasmettere il messaggio di Cristo e a condurre la nostra vita in modo tale da mostrare l’amore di Dio alle persone che incontriamo al lavoro e ovunque andiamo. In ogni aspetto della nostra vita, dobbiamo essere «imitatori di Dio, come figli amati» (Efesini 5:1). Ogni parte della nostra vita è destinata a essere consacrata al Signore; ogni luogo in cui ci troviamo è un campo di missione pieno di persone che hanno bisogno del Salvatore o che hanno bisogno di imparare di più sulla loro fede e di crescere nel discepolato. Possa la nostra vita essere un esempio del suo amore incondizionato per ogni persona che Lui pone sul nostro cammino.

    Pensieri su cui meditare

    Se Dio venisse nel mondo, come sarebbe? Per gli antichi Greci, avrebbe potuto essere un re-filosofo. Gli antichi Romani avrebbero potuto cercare uno statista giusto e nobile. Ma come viene nel mondo il Dio degli Ebrei? Come falegname. —Phillip Jensen

    I cristiani dovrebbero essere consapevoli di […] quale sia lo scopo del loro lavoro nel mondo. […] Dobbiamo considerare il lavoro come un modo per servire Dio e il prossimo, pertanto dovremmo scegliere e svolgere il nostro lavoro secondo quello scopo. La domanda riguardo alla nostra scelta lavorativa non è più: «Cosa mi farà guadagnare di più e mi darà maggiore prestigio?». La domanda ora deve essere: «Come posso, con le mie attuali capacità e opportunità, essere di maggiore aiuto agli altri, sapendo ciò che so della volontà di Dio e dei bisogni umani?» —Timothy Keller

    Mi viene spesso chiesto come essere testimoni sul posto di lavoro o con i nostri familiari o coinquilini. In primo luogo, i nostri colleghi devono vedere che siamo onesti, sinceri, affidabili, che non ci lasciamo coinvolgere dai pettegolezzi e che incoraggiamo e lodiamo i risultati dei nostri colleghi, anche in un ambiente di lavoro molto competitivo. […] Se vedono nel nostro comportamento un servizio altruistico, gentilezza e pazienza, ciò avrà un impatto nel portarli a considerare Cristo. —Rebecca Sayers

    Cosa dice la Bibbia

    «La grazia del Signore DIO nostro sia su di noi; rendi stabile per noi l'opera delle nostre mani; sì, rendi stabile l'opera delle nostre mani» (Salmi 90:17).

    «Celebrerai la festa per sette giorni per il Signore tuo Dio, nel luogo che avrà scelto il Signore, perché il Signore tuo Dio ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in tutto il lavoro delle tue mani e tu sarai contento» (Deuteronomio 16:15).

    «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!”» (Atti 20:34–35).

    Una preghiera per il posto di lavoro

    Padre celeste, grazie per il lavoro che mi hai dato, per l’opportunità di rappresentarti davanti a tutti quelli con cui lavoro oggi. Fa’ che io sia sensibile alla tua guida, soddisfatto della tua provvidenza e sicuro nella consapevolezza che Tu sei con me in ogni sfida che potrei affrontare oggi. […]

    Dammi il desiderio di mettere tutto il cuore in ogni compito di oggi, svolgendolo come un lavoro fatto per Te e non semplicemente per il mio capo. Non farmi dimenticare che la mia vera ricompensa viene da Te, poiché in realtà Tu sei il mio datore di lavoro.

    Ti prego, incoraggia e sostieni i miei colleghi. Vieni loro incontro in ogni loro necessità. Rafforza i loro rapporti sul lavoro e nelle loro famiglie. Dammi la pazienza e la grazia di mostrare rispetto e apprezzamento a tutti quelli con cui lavoro oggi. Possa Tu essere la luce della mia vita, la guida dei miei passi, la mia ancora in ogni vento mutevole. Ti chiedo tutto questo nel potente nome di Gesù. Amen.5


    1 Timothy Keller, Every Good Endeavor: Connecting Your Work to God’s Work (Dutton Books, 2012).

    2 Kenneth S. Latourette, A History of the Expansion of Christianity (Harper, 1944), 1:230.

    3 Dan Miller, “Bringing the Sacred into the Secular: A Call to All Vocations”, Forgodsfame.org, 19 giugno 2025, https://www.forgodsfame.org/blog/2025/06/19/work-as-worship.

    4 Ed Stetzer, “Amplifying Evangelism—Doing Evangelism in the Workplace”, Christianity Today, 29 marzo 2016.

    5 Scott Burnett, “Prayer for the Workplace”, Outreach Canada, 19 marzo 2024, https://outreach.ca/Blog-Original/Blog-Detail/ArticleId/5392/Prayer-for-the-Workplace.

    Pubblicato originariamente in inglese il 28 aprile 2026. 

  • Mag 12 La vita di un discepolo, parte 8: fare discepoli
  • Apr 28 1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 37-58)
  • Apr 21 La vita di un discepolo, parte 8: Comunicare la nostra fede
  • Apr 7 1 Corinzi, capitolo 15 (versetti 20-36)
  • Mar 24 La vita di un discepolo, parte 7: servire Dio servendo gli altri
  • Mar 10 1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 1-19)
  • Feb 24 La vita di un discepolo, parte 6: Amore per gli altri
  • Feb 10 1 Corinzi; capitolo 14 (versetti 26-40)
  • Gen 27 La vita di un discepolo, parte 5: cercare prima il suo regno
   

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