L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • La parabola del servo ubbidiente

    [The Parable of the Obedient Servant]

    Nel Vangelo di Luca troviamo diverse parabole che iniziano con una domanda che ha una risposta ovvia. Per esempio, Gesù chiese: «Qual uomo fra voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro alla perduta finché non la ritrova?» (Luca 15:4). In un altro punto leggiamo: «Chi di voi infatti, volendo edificare una torre, non si siede prima a calcolarne il costo, per vedere se ha abbastanza per portarla a termine?» (Luca 14:28).

    Altre parabole iniziano con domande a cui tutti risponderebbero con una negazione. Per esempio: «E chi è tra voi quel padre che, se il figlio gli chiede […] un pesce gli dà al posto del pesce una serpe?» (Luca 11:11).

    La parabola del servo ubbidiente inizia, non con una domanda sola, ma con tre, due delle quali richiedono una risposta negativa e l’altra una risposta positiva.

    «Ora chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge gli dirà quando è tornato a casa dai campi: “Vieni subito a metterti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi affinché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”?

    Ringrazierà forse quel servo perché ha fatto le cose che gli erano state comandate? Non lo penso. Così anche voi, quando avrete fatto tutte le cose che vi sono comandate, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare”» (Luca 17:7–10).

    In questa parabola Gesù parla di un servo, parola che in alcune versioni della Bibbia è tradotta come schiavo. Il motivo di ciò è che la parola greca doulos può essere tradotta come servo, servo vincolato o schiavo. Ai tempi di Gesù, la schiavitù era comune in tutto l’Impero Romano. Si calcola che dal venti al trenta per cento degli abitanti nell’impero fossero schiavi. Che Gesù abbia usato l’esempio di un servo o uno schiavo non significa che approvasse la schiavitù. Nella parabola usò un servo/schiavo per esprimere un certo punto, visto a quei tempi era una cosa molto comune ed era un concetto che la gente avrebbe certamente capito. Forse possiamo intravedere l’atteggiamento di Gesù riguardo alla schiavitù nella richiesta rivolta ai suoi seguaci di perdonare agli altri i loro debiti, cosa che avrebbe minato la base della schiavitù legata ai debiti (Matteo 6:12). Nelle Scritture leggiamo anche che Gesù, «pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo» (Filippesi 2:6–7). Anche qui il termine per servo è doulos.

    Ai tempi di Gesù la schiavitù non aveva niente a che fare con la razza, come successe poi con il colonialismo nel XVII secolo. Ai tempi dell’Impero Romano era opinione comune che la libertà di alcuni era possibile solo perché altri erano schiavi. I concetti della libertà come diritto universale e della schiavitù come un male erano molto estranei alla cultura dei tempi. La maggior parte degli schiavi veniva dalla parte perdente in un conflitto, e i loro figli dopo di loro.

    Alcuni si vendevano in schiavitù per sfuggire alla povertà o pagare i debiti, mentre altri lo facevano per ottenere qualche lavoro particolare. A volte gli schiavi potevano controllare delle proprietà e possedere a loro volta degli schiavi. Non era insolito che degli schiavi venissero liberati o a un certo punto fossero in grado di comprare la loro libertà. Alcuni schiavi erano istruiti e molti avevano posizioni delicate o di grande responsabilità. Alcuni erano istruiti e fungevano da medici, architetti, artigiani, negozianti, cuochi, barbieri e artisti. Alcuni gestivano gli affari del loro padrone ed erano considerati parte della sua famiglia.

    Nella cultura del tempo, molte persone traevano un senso d’importanza e di onore personale, oltre che sicurezza economica e alimentare, servendo qualcuno di un livello o uno strato sociale più alto e facendo parte della sua casa. Anche se non era sempre così, non era nemmeno una cosa insolita. Comunque, qualsiasi fosse la loro situazione, ai giorni di Gesù gli schiavi erano pur sempre schiavi e non persone libere.1

    La risposta alla domanda iniziale (se chi aveva un servo, aratore o pastore che fosse, lo avrebbe invitato alla sua tavola) sarebbe stata che nessuno degli ascoltatori avrebbe nemmeno preso in considerazione l’idea di farlo. A quei tempi i ruoli tradizionali di padrone e di servo erano ben definiti e tollerare una cosa del genere avrebbe indicato che il servo aveva lo stato di un ospite onorato o fosse uguale al padrone. Iniziare la parabola a questo modo avrebbe stuzzicato la curiosità degli ascoltatori.

    Gesù poi pone una seconda domanda: «Non gli dirà piuttosto: “Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi affinché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”?» (Luca 17:8). Anche se a noi sembra piuttosto duro che ci si aspettasse che una persona di ritorno da una giornata di lavoro dai campi cucinasse un pasto, servisse il padrone e avesse il permesso di mangiare solo dopo aver eseguito tutti questi compiti, nel mondo antico questo era considerato normale.

    Nel contesto di quei tempi, nessuno degli ascoltatori di questa parabola si sarebbe aspettato che un servo ricevesse un trattamento speciale solo per aver svolto i propri doveri. Il servo faceva semplicemente quello che ci si aspettava da lui. Il padrone non era in debito con il servo perché aveva custodito le pecore o arato il campo e nessuno si aspettava che il servo ricevesse qualche privilegio per aver fatto semplicemente il suo lavoro. Il servo aveva messo le esigenze del padrone prima delle proprie. Aveva riconosciuto e accettato che il suo primo dovere era servire il padrone.

    Alla terza domanda — «Ringrazierà forse quel servo perché ha fatto le cose che gli erano state comandate?» — gli ascoltatori avrebbero risposto nuovamente: “Certo che no”. La parola greca tradotta con “ringraziare” è charis, che solitamente nel Nuovo Testamento è tradotta con “grazia”. Nel Vangelo di Luca, tuttavia, è usata anche per trasmettere il significato di credito o favore. La domanda, quindi, è: il maestro dà credito al servo o gli dà una ricompensa per aver fatto quello che gli era stato detto?

    Kenneth Bailey lo spiega così:

    Il padrone potrebbe benissimo esprimere il suo apprezzamento a un servo con qualche parola amichevole di ringraziamento, dopo una giornata di lavoro. La questione però è molto più seria. Il padrone è forse in debito col servo perché questo ha ubbidito ai suoi ordini? Questa è la domanda che si aspetta una risposta assolutamente negativa nella parabola.2

    A questo punto Gesù si rivolse agli ascoltatori, che qui nel Vangelo di Luca sono i suoi discepoli, dicendo: «Così anche voi, quando avrete fatto tutte le cose che vi sono comandate, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare”.» (Luca 17:10).

    Questa espressione, “servi inutili” – o in altre traduzioni “semplici servi” o “servi indegni” – può essere tradotta anche con “senza bisogno”. In altre parole, Gesù afferma che i servi o i discepoli che fanno le cose comandate loro sono “senza bisogno”, nel senso che non hanno nessun credito nei confronti del padrone.

    Il messaggio, applicato ai discepoli, era che chi serve Dio non addebita niente a Dio. Dio non è indebitato con chi lo serve.

    Dio non ci deve nulla, mentre noi gli dobbiamo tutto, compresa la nostra vita. Come scrisse Paolo: «Che cosa possiedi, che tu non abbia ricevuto?» (1 Corinzi 4:7). Ciò non significa che Dio non ricompensi chi lo ama e lo serve, ma solo che il nostro rapporto con Dio non implica che possiamo guadagnare, meritarci o negoziare una ricompensa. Un discepolo è un servo che serve il Signore per amore, dovere e lealtà nei suoi confronti.

    L’apostolo Paolo si definì un doulos (servo/servo-vincolato/schiavo): «Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio» (Romani 1:1; vedi anche (Tito 1:1). Ciò significa che vedeva il suo rapporto con il Signore come quello di una persona che lavora per un senso di dovere e lealtà, invece che per ottenere un guadagno finanziario o d’altro tipo. Serve con un senso di sicurezza totale, sapendo che il suo padrone si prenderà cura di lui.

    La salvezza è un dono che ci viene fatto da Dio; non lavoriamo per guadagnarcela. Svolgiamo il nostro servizio per gratitudine e amore, oltre che per dedizione e fedeltà nei confronti di chi ci ha redento. Quando abbiamo fatto quello che ci ha ordinato, sappiamo che non ci “deve” nulla. Non dovremmo tenere un registro mentale di tutte le cose che abbiamo fatto per il Signore, aspettandoci che Dio si senta in debito con noi per averle fatte.

    Ciò non significa che non ci siano ricompense per chi serve Dio. Gesù ne parlò molte volte.

    Quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra, affinché la tua elemosina si faccia in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente(Matteo 6:3–4,6).

    «Allora il Re dirà a coloro che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il regno che vi è stato preparato sin dalla fondazione del mondo» (Matteo 25:34–36).

    Ci viene promessa una ricompensa, ma non dobbiamo credere che sia il nostro rapporto con Dio a farcela meritare, o che possiamo negoziare o darci da fare in qualche modo per ottenerla o guadagnarla. Come servi del Signore, lavoriamo per Lui per amore e per adempiere il nostro dovere per Lui per gratitudine. Ciò che riceviamo da Dio è un dono dalla sua mano, non un pagamento per i servizi resi. Lo serviamo perché ci ha salvato e perché siamo grati. Lo serviamo perché lo amiamo. E Lui ci ricompensa perché il nostro servizio è motivato da amore e gratitudine e non dalla speranza di una ricompensa.

    Pubblicato originariamente nell’ottobre 2017.
    Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 3 agosto 2026.


    1 Punti tratti da J. A. Harrill, Slavery, in C. A. Evans & S. E. Porter, eds., Dictionary of New Testament Background. (Downers Grove, IL: InterVarsity Press, 2000), 1124–1127.

    2 Kenneth Bailey, Through Peasant Eyes (Grand Rapids: William B. Eerdmans Publishing Company, 1980), 120.

  • Lug 30 Trasformazione
  • Lug 27 Le ultime apparizioni di Gesù e il suo mandato
  • Lug 25 Camminiamo per fede, non per sensazioni
  • Lug 24 Perdonare è difficile
  • Lug 21 Uno stile di vita all’insegna dell’adorazione
  • Lug 20 Resilienza nell’autunno della vita
  • Lug 18 Gesù Cristo è lo stesso
  • Lug 17 La fonte di ogni speranza
  • Lug 16 Le nozze e il vino
   

L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • La vita di un discepolo, parte 12: discepolato quotidiano

    [The Life of Discipleship, Part 12: Everyday Discipleship]

    Il discepolato è un percorso che dura tutta la vita e richiede perseveranza, determinazione, convinzione, l’amore di Dio e la forza dello Spirito Santo. Il defunto reverendo Billy Graham una volta disse: «Il cammino del cristiano nella vita non è uno sprint ma una maratona. […] Il discepolato è un impegno che dura tutta la vita, giorno dopo giorno». Il processo di crescita nel nostro discepolato e di trasformazione a immagine di Cristo è un compito che dura tutta la vita. Come qualcuno ha detto:

    Siamo creati come bozze che devono passare per un processo di correzione. Dio opera per trasformarci passo per passo in un articolo finito che varrà la pena di leggere. Il nostro essere è ripetutamente trasformato dalle scelte e dalle decisioni che prendiamo; i punti superficiali e superflui vengono eliminati grazie alle esperienze difficili della vita e noi veniamo rifiniti e levigati […] nelle mani del Grande Correttore. —Scott Montrose1

    Il nostro discepolato deve comprendere ogni aspetto della nostra vita, compreso il nostro rapporto con Dio e il nostro cammino quotidiano con Lui, nonché il nostro amore per gli altri, che include ogni persona che incontriamo nel corso della giornata. Il nostro discepolato comprende il compito di ambasciatori di Cristo e la condivisione della buona novella con le persone che Lui pone sul nostro cammino, oltre che essere un riflesso vivente dell’amore di Cristo in ogni ambito della nostra vita e sforzarci di crescere a sua immagine.

    Viviamo il nostro discepolato nelle nostre case, sul posto di lavoro, nelle scuole e nella comunità. Incorporiamo i principi del discepolato nella nostra genitorialità, nelle nostre relazioni e nell’investimento del nostro tempo, delle nostre competenze e delle nostre risorse. Ci sforziamo di essere un esempio vivente della nostra fede per le nostre famiglie, i nostri amici e i nostri vicini, per le persone con cui interagiamo durante la giornata e nelle nostre comunicazioni online.

    La vocazione di discepoli di Gesù è una chiamata a uno stile di vita completo. È una chiamata a riorganizzare le nostre priorità in modo che Dio occupi il primo posto nella nostra vita. Ciò non vuol dire che non avremo altre priorità, ma la nostra fedeltà va innanzitutto a Dio — al di sopra dei nostri desideri e della nostra volontà, dei nostri cari, dei nostri beni e persino della nostra stessa vita. Il discepolato cristiano non è facile da vivere — infatti, Gesù disse che «la via è stretta», ma «conduce alla vita» (Matteo 7:13–14). Richiede impegno, dedizione e il mettere Dio al centro della nostra vita, delle nostre decisioni e dei nostri rapporti.

    Nei Vangeli, Gesù sfidò i suoi seguaci a rinunciare alla propria vita per amor suo e a seguirlo. Nel Vangelo di Matteo, disse: «Se uno vuole venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Matteo 16:24–25).

    Rinunciare a noi stessi può essere inteso come il mettere da parte i nostri desideri, le nostre ambizioni e i nostri obiettivi personali e scegliere di cercare Dio per ricevere la sua guida nella nostra vita e perseguire la sua volontà piuttosto che la nostra. Ciò non significa che il Signore non ci guiderà mai a conseguire le nostre ambizioni e i nostri obiettivi personali. Se cerchiamo la volontà di Dio e desideriamo compiacerlo, è molto probabile che la sua volontà e i nostri desideri siano in armonia (Salmi 37:4). Tuttavia, se le indicazioni di Dio non coincidono con la direzione verso cui ci stavamo orientando, come suoi discepoli saremo disposti a «rinunciare a noi stessi» per seguirlo.

    Gesù ci ha dato la chiave per poter vivere il nostro impegno nel discepolato, a partire dalla nostra rinascita spirituale attraverso la salvezza. «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura: le cose vecchie sono passate; ecco, sono diventate nuove. Sono stato crocifisso con Cristo. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (2 Corinzi 5:17; Galati 2:20).

    La capacità e la grazia di vivere la vita di un discepolo non derivano solo dal nostro desiderio di obbedire ai comandamenti di Dio e dai nostri sforzi di vivere in modo devoto, ma dalla potenza di Dio attraverso «Cristo in noi» (Colossesi 1:27) e dalla presenza dello Spirito Santo (Giovanni 14:15–17). «Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo» (Efesini 2:10).

    Cristo in noi

    Ogni nuova mattina possiamo aspettarci che il Signore Gesù Cristo si manifesti attraverso di noi quel giorno e realizzi qualche aspetto della sua opera, che riusciamo a riconoscere le sue azioni o no. È il nostro privilegio, è la nostra responsabilità.

    Il fatto che Cristo viva in noi ci dà forza. Non possiamo vivere efficacemente con nessun’altra forza se non quella che deriva dalla vita di Gesù Cristo, poiché Lui disse: «Senza di me non potete fare nulla» (Giovanni 15:5). Il fatto di essere in Cristo ci dà uno scopo. Non è una forza che ci permette di vivere per noi stessi, ma che ci mette in grado di realizzare i piani di Cristo. […]

    Il fatto che Cristo sia in noi ci offre delle risorse. Tutto ciò di cui potremmo aver bisogno è nostro nel Signore Gesù Cristo. E il fatto di essere in Cristo ci dà delle responsabilità. Come parte del suo corpo, la questione più importante che io devo affrontare è: «Cosa vuole che io faccia?»

    Il fatto che Cristo sia in noi è dinamico. Essere in Cristo è impegnativo. Se Lui ha qualcosa da fare, ha il diritto di usarci come mezzo per farlo. Se c’è un «eunuco etiope» sulla strada del deserto, Lui ha il diritto di dirti di lasciare la tua Samaria e andare a incontrarlo (Atti 8:26–40). Ma per ogni richiesta che ci fa, Lui fornisce la dinamica del suo Spirito dentro di noi per realizzarla.

    Questa è la vita cristiana. Dopo aver affrontato il nostro insuccesso nel manifestare la sua somiglianza e immagine nel mondo, ci avviciniamo alla Croce per essere perdonati, lo Spirito Santo viene a vivere in noi e veniamo incorporati in Cristo, diventando mezzi per manifestare la sua vita e il suo obiettivo. Il mondo ha un bisogno disperato di saperlo, ma non avrà alcun motivo per crederci finché non vedrà la vita e il carattere di Gesù Cristo vissuti nella tua vita e nella mia. Questo è lo scopo che Dio ha per te! —Charles Price2

    Unirsi alla missione del suo Regno

    Dio ti ha invitato a unirti a Lui per cambiare il mondo. Dio ha un sogno per questo mondo che Gesù ha chiamato il Regno di Dio. Dio ti ha creato per svolgere un ruolo importante nella sua visione del Regno. Non troverai mai il tuo scopo più profondo nella vita finché non troverai il tuo posto nella realizzazione del Regno di Dio.

    Non devi essere un genio per cambiare il mondo, né ricco, né influente, né un gigante spirituale. Quel che devi fare è dire di sì all’invito. Devi essere disponibile e disposto a farti usare, e forse dovrai pagare il prezzo che il seguire Gesù comporta, perché cambiare il mondo e seguire Gesù non è facile e non è a buon mercato. Bisognerà fare dei sacrifici: ce ne sono sempre.

    La nostra fede cristiana non è solo un modo per ricevere il perdono dei nostri peccati e poter entrare nella vita eterna, eppure lo è. Non è solo un sistema di giuste convinzioni sulla verità ultima e sull’ordine delle cose, sebbene lo sia. Né è solo un modo per ricevere conforto da Dio nei momenti difficili o un utile codice di condotta su come vivere una vita buona e produttiva, sebbene sia anche questo. Fondamentalmente, la fede cristiana è la vocazione di […] seguire il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo e partecipare alla grande missione di Cristo nel nostro mondo. […] Solo allora diventeremo persone complete, persone che vivono secondo il disegno divino più profondo per la nostra vita. —Richard Stearns3

    Conclusione: il progetto per la vita

    Come abbiamo visto nel corso di questa serie sul discepolato, la Bibbia ci insegna qual è il rapporto che Dio desidera avere con noi e come vivere in modo da piacergli. Diventare sempre più simili a Cristo ed essere trasformati a sua immagine è il fondamento per vivere una vita devota e fruttuosa in armonia con Dio e con gli altri, che produce il frutto del suo Spirito nella nostra vita e in quella degli altri (Galati 5:22–23). È nella Bibbia che apprendiamo le verità rivelate da Dio su cui possiamo modellare la nostra esistenza.

    Nella Parola di Dio troviamo i principi biblici che fungono da bussola per la nostra vita e ci aiutano ad affrontare le sfide della vita quotidiana e ad essere testimoni efficaci di Cristo. La sua Parola trasmette principi che ci guidano nelle nostre interazioni con gli altri e nel nostro processo decisionale, aiutandoci a discernere la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Questi principi spirituali stabiliscono un modello per il nostro standard morale, la nostra etica, il nostro atteggiamento nei confronti della vita, dell’amore, del mondo, dell’ambiente e dei rapporti con gli altri. Sebbene non tratti specificamente ogni possibile situazione che potremmo affrontare, la Bibbia fornisce i principi necessari per affrontare le complessità della vita in un modo gradito a Dio.

    La sua Parola ci insegna a vivere il nostro discepolato amando e servendo gli altri. Il nostro amore per Gesù ci spinge a servire gli altri in suo nome. Ci motiva a essere suoi ambasciatori in qualunque situazione ci troviamo. Ci spinge ad aiutare chi è nel bisogno e a offrire speranza e conforto a chi ne è privo. Possiamo essere le sue mani per aiutare e toccare, la sua bocca per proclamare la verità della sua Parola e infondere incoraggiamento e speranza, i suoi occhi per trasmettere compassione, i suoi piedi per camminare al fianco di un’anima affaticata e le sue braccia per aiutare a portare il loro pesante fardello. Così facendo, le nostre vite lo glorificheranno e saranno di benedizione per gli altri, come evidenziano gli articoli che seguono.

    Una vita bellissima

    Quando la vita di un seguace di Gesù viene condotta come l’intendeva Lui, diventa una cosa di rara bellezza. Essere cristiani e avere un rapporto con Dio dovrebbe permeare le nostre esperienze quotidiane, integrarsi nelle nostre decisioni e colorare il modo in cui percepiamo noi stessi, gli altri e questa vita. Le innumerevoli espressioni dell’amore di Dio condivise con gli altri nel corso della vita di un cristiano possono a volte sembrare insignificanti in sé, tuttavia Dio le vede nella totalità di una vita che rende gloria a Lui ed esulta nella loro bellezza.

    Più siamo decisi a rafforzare il nostro cammino con Gesù e desideriamo mantenere una connessione spirituale con Lui, più Lui potrà manifestare il suo Spirito attraverso di noi. Siamo la sua opera. Quando gli consentiamo di mescolare le diverse sfumature di colore del suo amore e della sua misericordia e di sviluppare la bellezza che desiderava avessimo, diventiamo il suo capolavoro che ispirerà la vita di molti. Accettiamo di tutto cuore il dono inestimabile della sua presenza nella nostra vita. E mentre coltiviamo la bellezza accattivante dell’amore di Dio in tutto ciò che facciamo e diciamo, altri saranno attirati a Lui attraverso di noi. —Maria Fontaine

    Il profumo di Cristo

    L’apostolo Paolo scrisse che la Chiesa è il profumo di Cristo per il mondo: «Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono» (2 Corinzi 2:15). Con questo intendeva dire che ogni credente e ogni comunità di credenti stabilisce una presenza di Cristo nel mondo che è palpabile per i non credenti. […]

    Ma cos’è questa fragranza? Come dovremmo aspettarci che gli altri sentano la presenza di Gesù in noi? Principalmente in due modi: la verità del Vangelo e l’amore di Gesù Cristo. La verità divina parla a ogni aspetto della vita umana. Con la verità della sua Parola, nelle mani del suo Spirito, Cristo rende nuove tutte le cose nella nostra vita (Apocalisse 21:5). Ciò significa che, in ogni ambito della nostra esistenza — tutte le nostre relazioni, i nostri ruoli e le nostre responsabilità — noi cristiani mostriamo una novità che non si conforma allo spirito del mondo, ma allo Spirito Santo di Cristo. La nostra conversazione sarà diversa: non sarà piena di lamentele e critiche, banalità e frivolezza, ma le nostre parole saranno sempre gentili ed edificanti, rispettose delle persone con cui parliamo (Colossesi 4:6; Efesini 4:29).

    Lo stesso vale per il modo in cui svolgiamo il nostro lavoro, educhiamo i nostri figli, partecipiamo alla cultura del nostro tempo e ci comportiamo con dignità e grazia. Siamo nuove creature in Gesù Cristo e, pertanto, sotto molti aspetti, fuori ritmo con la cultura che ci circonda. Ma vivendo la verità in ogni aspetto della nostra vita, facciamo risplendere la luce di Gesù e diffondiamo la fragranza della sua visione del mondo in ogni angolo della nostra esistenza.

    I credenti devono impegnarsi a fondo per essere la fragranza di Gesù. Immergendoci nella Parola di Dio e vivendo con un atteggiamento di preghiera, […] possiamo iniziare a diffondere il profumo del Re Gesù in più aspetti e ambiti della nostra vita quotidiana. Decidiamo, allora, di essere quella fragranza di verità e amore e scopriremo che il vento dello Spirito di Dio ci accompagnerà ovunque andremo, dando l’aroma di Gesù a tutti, e anche a Dio. —T. M. Moore4

    Gesù ci ha affidato la responsabilità di trasmettere il suo amore personale, incondizionato e totale ai nostri simili, a quelli che condividono il pianeta con noi oggi. Il mandato che ha dato ai suoi discepoli è di portare il Vangelo in tutto il mondo. In qualunque luogo il Signore ti abbia chiamato, quello è il tuo campo di missione e tu sei esortato a servire e a raggiungere le persone che Lui pone sul tuo cammino. Ognuno di noi ha qualche opportunità, qualche rete sociale, qualche ambiente in cui può condividere il suo amore e la sua verità con gli altri, rafforzando la fede, la speranza e il cuore delle persone.

    Il Signore benedica il tuo percorso di discepolato e il servizio che svolgi per Lui, insieme alla testimonianza che dai agli altri, così che tu possa essere il sale della terra e la luce del mondo, come Lui ci ha detto di essere (Matteo 5:13–14). Gesù disse: «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Matteo 5:16). In questo modo, vivremo una vita di discepolato che glorifica Dio (1 Corinzi 10:31).

    Pensieri su cui meditare

    Il discepolato non è un programma o una circostanza; è uno stile di vita. Non è per un periodo limitato, ma per tutta la vita. Il discepolato […] è per tutti i credenti, per ogni giorno della loro vita. —Bill Hull

    Ogni credente che prende sul serio la propria vocazione di discepolo di Gesù si considererà un «inviato» ovunque si trovi e cercherà di mettersi all’opera in quel luogo. Questo potrebbe assumere la forma di «buon testimone» sul lavoro o di buon vicino per chi vive lì nei pressi, oppure potrebbe comportare il volontariato. —Michael Frost e Alan Hirsch

    Non lasciare che le parole di Gesù rimangano solo stampate nella tua Bibbia. Dai loro le ali, mettendole in pratica. Nella tua vita ci sono anime che hanno bisogno delle tue cure. Pensa a come potresti dimostrare interesse per il loro benessere, amandole e prendendoti cura di loro come già ami e ti prendi cura di te stesso. Quando lo farai, completerai la catena d’amore che è iniziata quando Dio ti ha amato per primo. —Karen Ehman

    Cosa dice la Bibbia

    «Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli» (Giovanni 15:4–5; Giovanni 15:8).

    «Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui; radicati ed edificati in lui, saldi nella fede, come vi è stata insegnata, e abbondando nel ringraziamento» (Colossesi 2:6–7).

    «Ma voi, carissimi, edificando voi stessi sulla vostra santissima fede, pregando nello Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, aspettando la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, in vista della vita eterna» (Giuda 1:20–21).

    Una preghiera per il discepolato quotidiano

    Padre celeste, grazie per avermi salvato, chiamato e dato uno scopo. Tu sei così buono e la tua grazia mi basta. Ti chiedo di purificare il mio cuore dal peccato e di liberare la mia mente dalle distrazioni che oggi cercano di allontanarmi dalla comunione con te. Aiutami a vivere in Cristo, a imparare da Lui e ad affidarmi a Lui, per poter vivere per Lui e condurre altri a Lui. Tu sei degno di tutta la mia devozione e la mia lode. Rendimi un discepolo fedele e prolifico che ti porta gloria ogni giorno. Nel nome potente e incomparabile di Cristo, mio Re, amen. 5


    1 Scott Montrose, “La vita ci corregge”, Contatto, gennaio 2021, https://activated-europe.com/it/articolo/la-vita-ci-corregge//

    2 Charles Price, Christ for Real: How to Grow into Christ’s Likeness (Kregel Publications, 2011).

    3 Richard Stearns, Unfinished: Believing Is Only the Beginning (Thomas Nelson, 2013).

    4 T. M. Moore, “The Fragrance of Truth and Love”, 29 gennaio 2010.

    5 Annie McGuire, “What is a disciple of Christ?” Daily His Disciple, 11 gennaio 2022, https://dailyhisdisciple.com/2022/01/11/what-is-a-disciple-of-christ/.


    Pubblicato originariamente in inglese il 9 giugno 2026.

  • Giu 23 La vita di un discepolo parte 11: condividere le nostre risorse
  • Giu 9 La vita di un discepolo, parte 10: la nostra vita lavorativa
  • Mag 12 La vita di un discepolo, parte 8: fare discepoli
  • Apr 28 1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 37-58)
  • Apr 21 La vita di un discepolo, parte 8: Comunicare la nostra fede
  • Apr 7 1 Corinzi, capitolo 15 (versetti 20-36)
  • Mar 24 La vita di un discepolo, parte 7: servire Dio servendo gli altri
  • Mar 10 1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 1-19)
  • Feb 24 La vita di un discepolo, parte 6: Amore per gli altri
   

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