L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • La storia di Ruth (parte 1)

    Peter Amsterdam

    [The Story of Ruth—Part 1]

    Il libro di Ruth è uno dei libri storici dell’Antico Testamento ed è uno dei due libri della Bibbia intitolato a una donna; l’altro è quello di Ester. In quattro capitoli, il libro di Rut racconta la storia di come una Moabita divenne la bisnonna di Re Davide, il più grande re di Israele.

    La storia inizia così:

    Al tempo in cui governavano i giudici, ci fu nel paese una carestia, e un uomo di Betlemme di Giuda andò ad abitare nel paese di Moab con la moglie e i suoi due figli. Il nome dell’uomo era Elimelek, il nome di sua moglie Naomi e il nome dei suoi due figli Mahlon e Kilion, Efratei da Betlemme di Giuda. Essi andarono nel paese di Moab e vi si stabilirono (Ruth 1:1-2).

    Al tempo dei giudici (dal 1200 a.C. al 1020 a.C.) la famiglia di Elimelek e Naomi (o Noemi), israeliti di Betlemme, si trasferì nel vicino paese di Moab per aspettare lì la fine di una carestia e poi ritornare in patria.

    Qualche tempo dopo essere immigrati in Moab, Elimelek morì. Naomi e i suoi figli rimasero in Moab e i due figli sposarono delle Moabite. Una decina d’anni dopo, i figli morirono, lasciando vedove le loro due mogli moabite, Orpah e Ruth, e Naomi rimase senza il marito e i figli.

    Allora si levò con le sue nuore per tornare dal paese di Moab, perché nel paese di Moab aveva sentito dire che l’Eterno aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane. Ella partì dunque con le sue due nuore dal luogo dove si trovava, e si mise in cammino per tornare nel paese di Giuda (Ruth 1:6-7).

    Sentendo che la carestia era finita. Naomi decise di ritornare nel paese di Giuda. Per strada, forse riflettendo sulla propria esperienza di essersi trasferita all’estero per poi ritrovarsi praticamente priva di tutto in terra straniera, pensò che anche le sue due nuore sarebbero entrate in un paese praticamente ignoto, proprio come era successo a lei molto tempo prima.

    Così Naomi disse alle sue due nuore: «Andate, tornate ciascuna a casa di sua madre; l’Eterno sia buono con voi, come voi siete state con quelli che sono morti e con me!» (Ruth 1:8). Altruisticamente, Naomi disse alle due nuore di tornare a casa dalle loro madri in Moab, perché per loro sarebbe stato più facile trovare un altro marito tra la loro gente. Quella fu la prima benedizione di Naomi per le due donne.

    La seconda benedizione fu: «L’Eterno dia a ciascuna di voi di trovare riposo in casa del proprio marito!» (Ruth 1:9). Naomi le liberava da ogni responsabilità che potessero avere nei suoi confronti come loro suocera. Naomi le baciò, poi piansero tutte insieme.

    Le dissero: «No, noi torneremo con te al tuo popolo». Ma Naomi rispose: «Tornate indietro, figlie mie! Perché verreste con me? Ho forse ancora dei figli in grembo che possano diventare vostri mariti? Tornate indietro, figlie mie, andate, perché sono troppo vecchia per rimaritarmi; e anche se dicessi: "Ho ancora speranza"; anche se andassi a marito stasera e partorissi dei figli, aspettereste voi finché fossero grandi? Vi asterreste voi per questo dal maritarvi? No, figlie mie, perché la mia condizione è più amara della vostra, poiché la mano dell’Eterno si è stesa contro di me» (Ruth 1:10-13).

    Le nuore dichiararono lealmente che sarebbero rimaste con la suocera e si impegnarono a trasferirsi a Betlemme, dove sarebbero state delle straniere. Naomi, comunque, vedeva le cose in modo pragmatico. Aveva superato l’età per avere figli e, anche se li avesse avuti, le donne avrebbero aspettato che essi crescessero e le sposassero?

    Orpah decise di ritornare a Moab per risposarsi (Ruth 1:14-15), mentre Ruth scelse di restare con Naomi. Naomi cercò di convincere Ruth a tornare anche lei a Moab.

    Ma Ruth rispose: «Non insistere con me perché ti abbandoni e lasci di seguirti, perché dove andrai tu andrò anch’io, e dove starai tu io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo DIO sarà il mio DIO; dove morirai tu morirò anch’io, e là sarò sepolta. Così mi faccia l’Eterno e anche peggio, se altra cosa che la morte mi separerà da te!» (Ruth 1:16-17).

    Ruth si impegnò a rinunciare alla propria cultura, alla propria lingua, alla propria famiglia e alla possibilità di una famiglia in futuro per restare con Naomi. Da quel momento si sarebbe unita permanentemente al popolo di Naomi. «Quando Naomi la vide fermamente decisa ad andare con lei, non gliene parlò più» (Ruth 1:18).

    Sentendo l’impegno di Ruth, Naomi acconsentì a farsi accompagnare a Betlemme. La storia continua raccontando il loro viaggio a Betlemme:

    Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in agitazione per loro. Le donne dicevano: «È questa Naomi?»  Ella rispose loro: «Non chiamatemi Naomi; chiamatemi Mara, poiché l’Onnipotente mi ha riempita di amarezza. Io partii nell’abbondanza e l’Eterno mi ha riportato a casa spoglia di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando l’Eterno ha testimoniato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?» (Ruth 1:19-22).

    Non sappiamo quanto tempo durò il viaggio né quanto fosse lungo, ma era probabilmente tra i 70 e i 140 km, a seconda del percorso seguito. Tutto quel che sappiamo è che fecero quel viaggio e il loro arrivo fece notizia in paese. Erano passati dieci anni da quando Naomi e suo marito avevano lasciato Betlemme e adesso lei era tornata, vedova e con una nuora moabita. Al ritorno a Betlemme la prospettiva di Naomi era disperata. Ai suoi occhi, l’Onnipotente l’aveva trattata duramente e lei si chiedeva perché Dio l’avesse colpita con quella calamità.

    La storia, però, non finisce qui.

    Ora Naomi aveva un parente di suo marito, uomo potente e ricco, della famiglia di Elimelek, che si chiamava Boaz. Ruth, la Moabita, disse a Naomi: «Lasciami andare nei campi a spigolare dietro a colui agli occhi del quale troverò grazia». Ella le rispose: «Va’, figlia mia» (Ruth 2:1-2).

    Le due donne arrivarono a Betlemme agli inizi del raccolto dell’orzo, che probabilmente era alla fine di marzo o agli inizi d’aprile. Il libro del Levitico ordinava che al momento del raccolto, una sua parte dovesse essere lasciata ai poveri. (Levitico 19:9-10).

    Ruth suggerì che sarebbe potuta andare nei campi di Betlemme per spigolare nei campi di chi glielo avrebbe consentito. «Così Ruth andò e si mise a spigolare in un campo dietro ai mietitori; e le capitò per caso di trovarsi nella parte del campo appartenente a Boaz, che era della famiglia di Elimelek» (Ruth 2:3).

    Boaz era un uomo noto a Betlemme, faceva parte della stessa famiglia di Elimelek e viene descritto come un uomo meritevole. Conosceva i suoi operai e apparentemente anche le persone che spigolavano nei suoi campi, così notò Ruth e capì che era nuova.

    Boaz disse al suo servo incaricato di sorvegliare i mietitori: «Di chi è questa fanciulla?» Il servo incaricato di sorvegliare i mietitori rispose: «È una fanciulla moabita, che è tornata con Naomi dal paese di Moab. Ella ci ha detto: “Vi prego, lasciatemi spigolare e raccogliere le spighe tra i covoni dietro ai mietitori”» (Ruth 2:4-7).

    Avendo sentito i buoni commenti del caposquadra, Boaz andò a parlare direttamente con Ruth

    Allora Boaz disse a Ruth: «Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo, non allontanarti da qui, ma rimani con le mie serve. Tieni gli occhi sul campo che mietono e va’ dietro a loro. Non ho forse ordinato ai miei servi di non molestarti? Quando hai sete va’ dove sono i vasi, a bere l’acqua attinta dai servi» (Ruth 2:8–9).

    Che si sia rivolto a lei con le parole figlia mia, potrebbe indicare che lei era molto più giovane di lui. Potrebbe anche indicare che da quel momento era sotto la sua protezione e poteva lavorare di fianco alle sue operaie.

    Allora Ruth si gettò giù, prostrandosi con la faccia a terra, e gli disse: «Per quale ragione ho io trovato grazia ai tuoi occhi al punto che tu presti attenzione a me che sono una straniera?» Boaz le rispose, dicendo: «Mi è stato riferito tutto ciò che hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai lasciato tuo padre, tua madre e il tuo paese natìo, per venire a vivere con un popolo che prima non conoscevi. L’Eterno ti ripaghi di quanto hai fatto, e la tua ricompensa sia piena da parte dell’Eterno, il DIO d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti!» (Ruth 2:10-12).

    Ruth, stupefatta dalle parole gentili di Boaz, chiese perché dimostrasse tanta gentilezza verso di lei, una Moabita. Boaz spiegò che sapeva a cosa lei aveva rinunciato e pregò che Dio la ripagasse per i sacrifici che aveva fatto. Ruth fu profondamente toccata dalle parole di Boaz e dal modo in cui l’aveva trattata, specialmente perché era una straniera. «Ella gli disse: “Possa io trovare grazia ai tuoi occhi, o mio signore, poiché tu mi hai consolata e hai parlato al cuore della tua serva, sebbene io non sia neppure come una delle tue serve”» (Ruth 2:13).

    Quando per i lavoratori arrivò l’ora del pranzo, Boaz invito Ruth a sedersi con lui e le offrì del pano intinto nell’aceto, che era probabilmente una specie di salsa usata per ammollire il pane duro. «Così ella si pose a sedere accanto ai mietitori. Boaz le porse del grano arrostito, ed ella mangiò a sazietà e mise da parte gli avanzi» (Ruth 2:14). A Ruth rimasero degli avanzi che portò a casa per Naomi.

    Poi si levò per tornare a spigolare, e Boaz diede quest’ordine ai suoi servi, dicendo: «Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non rimproveratela; inoltre lasciate cadere per lei delle spighe dai manipoli e abbandonatele, perché essa le raccolga, e non sgridatela» (Ruth 2:15–16).

    Quando Ruth ritornò a spigolare, Boaz disse ai suoi operai di aiutarla. Disse loro anche di non insultarla, sgridarla o umiliarla. Ruth lavorò ininterrottamente fino a sera. La giornata di lavoro le aveva fruttato un’efa d’orzo, equivalente a circa 22 litri, una quantità che alle due donne sarebbe bastata diverse settimane (Ruth 2:17–18).

    La suocera le chiese: «Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che ti ha prestato attenzione!». Così Ruth riferì alla suocera presso chi aveva lavorato e aggiunse: «L’uomo presso il quale ho lavorato oggi si chiama Boaz». Naomi disse alla nuora: «Sia egli benedetto dall’Eterno, che non ha ritirato la sua benignità ai vivi e ai morti». E aggiunse: «Quest’uomo è nostro parente stretto, uno che ha il diritto di riscattarci» (Ruth 2:19–20).

    Naomi volle sapere tutti i particolari della fruttuosa giornata di lavoro di Ruth. Quando Ruth le raccontò i particolari e le parlò di Boaz, Naomi rispose lodando il Signore per la sua bontà. Anche se aveva pensato che il Signore avesse smesso di prendersi cura di lei, ora si rendeva conto che la bontà divina verso lei e Ruth si manifestava adesso nella bontà di Boaz.

    Boaz era un parente con diritto di riscatto, cioè un parente stretto con la responsabilità di ricomprare terreni appartenenti alla famiglia che erano stati venduti o che potevano esserlo, per assicurarsi che rimanessero in famiglia, (Vedi Levitico 25:25; Deuteronomio 25:5-10.)  Col passare del tempo era diventato sottinteso che chi deteneva il diritto di riscatto fosse anche responsabile di prendersi cura dei parenti bisognosi.

    Naomi spiegò a Ruth i vantaggi di continuare a spigolare con gli operai di Boaz, tra i quali sarebbe stata protetta perché avrebbe lavorato con le sue serve. «È bene, figlia mia, che tu vada con le sue serve e non ti esponga a sgarberie in un altro campo» (Ruth 2:21-23). Ruth continuò a lavorare fino alla fine del raccolto dell’orzo e del frumento, cioè per un periodo di circa tre mesi.

    Pubblicato originariamente nell’ottobre 2022. Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 23 febbraio 2026.

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L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • La vita di un discepolo, parte 6: Amore per gli altri

    [The Life of Discipleship, Part 6: Love for Others]

    Il comandamento «Ama il tuo prossimo come te stesso» ha origine nell’Antico Testamento, in Levitico 19:18. Nello stesso capitolo, l’amore per il prossimo viene esteso fino a includere lo straniero: «Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso» (Levitico 19:34). I Vangeli di Matteo, Marco e Luca riportano in vari modi l’affermazione di Gesù secondo cui questo comandamento è il secondo dei due comandamenti più importanti, il primo dei quali è amare Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza (Marco 12:30-31).

    Nel Vangelo di Luca leggiamo che, dopo aver sentito Gesù proclamare l’amore per il prossimo come uno dei comandamenti più importanti, un esperto della legge sfidò Gesù con la domanda: «E chi è il mio prossimo?». Chiaramente, stava cercando di classificare alcune persone come «non prossimo» per escluderle da questo comandamento. Gesù continuò raccontando la storia del Buon Samaritano per illustrare con enfasi che amare il prossimo va ben oltre i nostri amici e la nostra comunità locale, fino a includere gli stranieri e i forestieri, e significa mostrare compassione e premura nei confronti dei bisognosi (Luca 10:25-35).

    Gesù diede uno standard più alto nel Discorso della Montagna quando istruì i suoi seguaci ad amare i loro nemici «affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Matteo 5:43-45). Chiaramente nessuno era escluso dal comandamento di amare.

    Il punto fondamentale dell’amare il prossimo, per noi cristiani, è la consapevolezza che ogni persona è preziosa per Dio, indipendentemente dall’età, dall’etnia, dal sesso, dalla nazionalità, dalla condizione economica, dal credo religioso, dall’appartenenza politica o da qualsiasi altra differenza. Dio ama tutti. Ama il mendicante per strada tanto quanto ama l’uomo più ricco del mondo. È «misericordioso e pieno di compassione» e di amore incondizionato, e «il Signore è buono con tutti» (Salmo 145:8-9).

    Dio ci chiede di vedere ogni persona che ha creato nello stesso modo in cui la vede Lui, con occhi pieni d’amore, il che significa che guarderemo gli altri senza pregiudizi, preconcetti o stereotipi. L’amore incondizionato di Dio non conosce confini di razza, credo o condizione sociale e dovrebbe impostare il nostro atteggiamento verso gli altri, specialmente verso quelli che sono in qualche modo diversi da noi. Il nostro compito come discepoli, come uomini e donne che seguono le orme del Maestro, è quello di mostrare agli altri lo stesso amore che Gesù ha mostrato a noi. Come scrisse l’apostolo Paolo:

    Al momento stabilito, mentre eravamo ancora senza forza, Cristo è morto per noi peccatori.  Già è difficile che qualcuno voglia morire per un uomo giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire. Ma Dio ha dimostrato il suo grande amore per noi proprio in questo modo: mandando Cristo a morire per noi, mentre eravamo ancora peccatori (Romani 5:6-8).

    Non dobbiamo per forza apprezzare o condividere il credo, lo stile di vita o le scelte di ogni persona. Potrebbero vivere senza tener conto degli standard morali di Dio o condurre una vita di grave peccato, ma indipendentemente dalla loro situazione attuale, Dio le ama. Le Scritture insegnano che ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio, che l’amore è da Dio e che Dio è amore (1 Giovanni 4:7-8). Il meraviglioso amore di Dio è la nostra pietra di paragone. Come discepoli, abbiamo il compito di emulare qualità divine quali amore, compassione e misericordia, proprio come fece Gesù. Amare il prossimo è fondamentale per essere discepoli cristiani.

    Amore attivo

    Ci viene comandato di amarci gli uni gli altri come fa Gesù. Non c’è una sola persona che Gesù non ami e che Lui non sia venuto a salvare: questo include tutti quelli con cui incroci lo sguardo, che incroci per strada, di cui senti parlare al telegiornale, che vivono alla porta accanto, che stanno dietro di te in fila al supermercato o che siedono accanto a te in una sala d’attesa. Quando amiamo attivamente quelli che ci circondano, mettendo le loro necessità prima delle nostre, prendiamo lo stesso amore straordinario che Gesù ha riversato su di noi e diventiamo una sua dimostrazione vivente, palpitante e meravigliosa per l’umanità.

    Vedete, mentre molti credono che l’amore sia solo un sentimento piacevole e commovente, come cristiani siamo chiamati a essere qualcosa di più: siamo chiamati ad agire. Possiamo condividere l’amore di Dio notando chi non viene notato, amando chi non è amabile o anche estendendo la grazia a coloro con cui non è facile stare. […]

    Facciamo in modo che la nostra preghiera di oggi sia la richiesta a Dio di aiutarci ad amare attivamente gli altri: ad attraversare attivamente la strada per aiutare i nostri vicini, a cucinare attivamente un pasto caldo per un amico bisognoso o a visitare attivamente una casa di riposo nelle vicinanze per amare gli anziani. Chiediamogli di condurci nei luoghi in cui vuole che facciamo risplendere la sua luce e chiediamogli il coraggio e la forza di condividere il suo amore con tutti coloro che ci circondano nella nostra vita quotidiana. —Gini Wietecha1

    La chiave del discepolato

    L’amore è la prima chiave per un discepolato intenzionale. Secondo alcune persone che in precedenza non erano credenti, questo è il tratto caratteriale che ha avuto il maggiore impatto sulla loro decisione di seguire Gesù. Ciò non dovrebbe sorprendere. Gesù ha dimostrato amore per le persone ovunque andasse. Di conseguenza le loro vite sono cambiate per sempre. Gesù […] era spinto ad amare le persone e non lasciava che niente e nessuno gli impedisse di esprimere il suo amore. L’amore sgorgava da lui e toccava la vita delle persone che incontrava. —Shawn D. Anderson2

    Amore agape

    Nel greco classico ci sono quattro parole per indicare l’amore: storghì, che significa affetto naturale (come quello di un genitore per un figlio); philos, che significa amicizia o amore fraterno; eros, che significa amore sensuale o passionale; e agape, che è la parola usata in tutto il Nuovo Testamento per indicare l’amore immeritato che Dio ha mostrato all’umanità mandando suo Figlio come Redentore.

    Quando si parla di amore umano nel Nuovo Testamento, agape si riferisce all’amore altruistico e generoso. Agape può essere inteso come il tipo di amore che ti spinge a tendere la mano e a fare del bene agli altri, ad amare il tuo prossimo e a mettere i bisogni degli altri prima dei tuoi; il tipo di amore che cerca sinceramente la redenzione dei non salvati e cerca di aiutare chi è nel bisogno.

    Il teologo italiano Tommaso d’Aquino (1225-1274) definì l’amore agape come «volere il bene altrui». L’amore agape non è un’emozione o un desiderio passeggero, ma una scelta di agire in modo da promuovere il benessere dell’altro, anche quando ciò richiede il sacrificio di sé. Quindi, quando Gesù parla di amare gli altri, si riferisce al tipo di amore in cui si dà a un altro senza aspettarsi nulla in cambio, il tipo di amore che perdona quando le persone hanno peccato contro di noi o ci hanno ferito, il tipo di amore in cui si fa di tutto per aiutare qualcuno. L’amore altruistico e generoso di cui parla Gesù è il frutto dell’opera dello Spirito Santo nella nostra vita, radicato nei principi della sua Parola, ed è destinato a essere la caratteristica distintiva del nostro discepolato.

    Amore altruistico

    Sono colpito dai diversi aspetti del sacrificio di Gesù e da come questo rispecchi l’immenso amore di Dio. Ho anche riflettuto su come la mia vita dovrebbe rispecchiare il modello di amore altruistico di Gesù.

    La morte di Gesù sulla croce è, a un certo livello, una straordinaria illustrazione delle sue parole secondo cui nessuno ha un amore più grande di chi dà la sua vita per i suoi amici (Giovanni 15:13). La croce si è trasformata dall’immagine più brutale della morte all’illustrazione più sconvolgente dell’amore di Dio.

    Fino a che punto si spingerà Dio per mostrare il suo amore? Oltre ogni nostra immaginazione. Quanto darà? Tutto.

    E dopo aver assunto l’umile compito di lavare i piedi dei suoi discepoli, Gesù dice ai suoi primi seguaci: «Io infatti vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: Il servo non è più grande del suo padrone, né il messaggero più grande di colui che l'ha mandato» (Giovanni 13:15-16).

    Gesù ha dato. Ha dato completamente. Il suo dare era un gesto di amore divino. Anche noi dovremmo dare. Dovremmo dare completamente. Il nostro dare dovrebbe essere un atto di amore divino. «Se sapete queste cose, siete beati se le fate» (Giovanni 13:17). —Matt Erickson3

    Amore per i nostri fratelli cristiani

    Dio vuole che amiamo tutta l’umanità e che siamo esempi delle sue qualità per quelli che incontriamo e con cui interagiamo quotidianamente. Ma è ancora più interessato a che mostriamo amore per gli altri cristiani (indicati nella Bibbia come nostri fratelli e sorelle), il corpo di Cristo (1 Corinzi 12:12-13). Questo è il tipo di amore di cui parla Gesù quando dice:

    Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Giovanni 13:34-35).

    In 1 Giovanni leggiamo anche dell’importanza del nostro amore per i nostri fratelli cristiani. «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1 Giovanni 3:14). E «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: [Gesù Cristo] ha dato la sua vita per noi. Anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i nostri fratelli» (1 Giovanni 3:16).

    Nelle epistole ci viene chiesto di aiutare i nostri fratelli, prendercene cura, mostrare compassione e fare loro del bene. «Quindi, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti, ma soprattutto a quelli che appartengono alla famiglia della fede» (Galati 6:10). Giovanni usò parole forti per descrivere cosa significa trascurare i nostri fratelli quando scrisse: «Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?» (1 Giovanni 3:17).

    Perché è così importante che ci prendiamo cura dei nostri fratelli nella fede e che li sosteniamo, sia spiritualmente che materialmente? Gesù rispose a questa domanda quando disse: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri». Gesù vuole che noi, suoi seguaci, siamo conosciuti per il nostro amore. Amare i nostri fratelli è un elemento chiave del discepolato e del diffondere la luce del suo amore e del suo Vangelo nel mondo.

    Poche ore prima di essere arrestato, Gesù pregò il Padre affinché i discepoli, sia quelli che erano con Lui in quel momento sia tutti quelli che lo avrebbero seguito, fossero uniti come Lui e il Padre sono uniti, «affinché il mondo il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li hai amati come hai amato me» (Giovanni 17:20-23). Gesù pregò affinché tutti i suoi discepoli fossero uno: un solo corpo, uniti nell’amore; uno nella fede, uno nella missione, uno nella mentalità cristiana. Non è possibile che tutti i discepoli la pensino allo stesso modo, ma nelle questioni di fede, amore, servizio e diffusione del Vangelo nel mondo, ovvero in quelle cose che li rendono discepoli, Gesù pregò che fossero uniti. I cristiani possono differire su punti secondari di dottrina o di credo, ma dovrebbero essere uniti nelle dottrine fondamentali del cristianesimo (tra cui la fede in Dio, la salvezza in Gesù, la Trinità, la Bibbia come Parola di Dio e il Grande Mandato di predicare il Vangelo).

    Quando siamo uniti e riuniti in Lui, Lui è lì con noi. «Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Matteo 18:20). Avere Cristo in mezzo a noi aiuta gli altri a sentire la sua presenza; la gioia e l’amore li attirano a Lui e forniscono un esempio vivente del suo amore per loro. Fa parte della testimonianza dei discepoli. Serve anche a rafforzarci nel discepolato. In Ebrei leggiamo: «Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nell’amore fraterno e nelle opere buone, senza disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi come il giorno» (Ebrei 10:24-25).

    Quando i discepoli si riuniscono per una comunione spirituale, la presenza di Dio è con loro. Lo Spirito Santo crea un’atmosfera viva e amorevole all’interno del corpo dei credenti. Quando i cristiani si riuniscono ed entrano in comunione, questo li rafforza. Pregare, adorare, dare testimonianza, avere conversazioni profonde, godere della reciproca compagnia, tutto questo crea un’atmosfera meravigliosa che rafforza ed edifica quelli che partecipano. La comunione con altri cristiani, in qualunque modo il Signore ci guidi a fare nelle nostre situazioni personali, fa parte del vivere il nostro discepolato.

    Siamo chiamati ad amare il nostro prossimo e ad amare i nostri fratelli cristiani come pietre angolari del nostro discepolato. Impegniamoci a essere ogni giorno esempi viventi dell’amore di Dio per le persone che il Signore mette sul nostro cammino. Possa l’amore di Cristo costringerci «perché siamo giunti a questa conclusione: […] che egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Corinzi 5:14-15).

    Pensieri su cui riflettere

    Credo che Dio ami il mondo attraverso di noi, attraverso te e me. —Madre Teresa

    Istintivamente tendiamo a limitare [il numero delle] persone per cui ci impegniamo. Lo facciamo per le persone che sono come noi e per quelle che ci piacciono. Gesù non accetta niente del genere. Parlando di un samaritano che aiutava un ebreo, Gesù non avrebbe potuto trovare un modo più efficace per dire che chiunque si trovi nel bisogno, indipendentemente dalla razza, dall’orientamento politico, dalla classe sociale e dalla religione, è il tuo prossimo. Non tutti sono tuoi fratelli o sorelle nella fede, ma tutti sono tuoi prossimi e tu devi amare il tuo prossimo. —Timothy Keller

    Ogni singola persona che incontriamo è amata da Dio ed è qualcuno per cui Gesù è morto. Tutti quelli che incontriamo durante la giornata – sconosciuti, conoscenti, amici, familiari – possono sperimentare l’amore di Dio attraverso di noi! Ogni giorno abbiamo l’opportunità di mostrare l’amore di Dio agli altri. —Askaboutmyfaith.com

    Cosa dice la Bibbia

    «Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi» (1 Giovanni 4:11-12).

    «Se amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo 5:46-48).

    «Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l'amore copre una gran quantità di peccati» (1 Pietro 4:8).

    Preghiera per amare il nostro prossimo

    Carissimo Signore, fa’ che io sia una benedizione per il mio prossimo. Non solo per quelli che mi sono vicini, ma anche per quelli con cui comunico, anche se sono lontani. Fa’ che io sia una buona samaritana per qualcuno oggi. Dammi compassione per essere portatrice di buona volontà verso i miei fratelli.

    Signore, dammi la forza di vivere secondo il tuo comandamento di amare. […] Fa’ che io non chiuda il mio cuore a chi ha bisogno. Che io possa condividere le benedizioni che ho ricevuto da Te con quelli che le chiedono. Che io non perda mai di vista il modo di amare. […] Che le persone che incontro su questo cammino diventino per me opportunità di vivere gli insegnamenti di Cristo.

    Signore, ti chiedo di aprire il mio cuore affinché io possa provare un amore sincero per i tuoi comandamenti. Insegnami, Signore, ad amarti sopra ogni cosa e ad amare il mio prossimo come amo me stessa. Fa’ che io possa tenere sempre a mente l’essenza del tuo comandamento di amare.4


    1 Gini Wietecha, “What God Says About Loving Others”, Dayspring, 25 agosto 2023, https://www.dayspring.com/articles/loving-others-well?srsltid=AfmBOopdtkbOB8KU0CKhjKhVDsfMpiTzEZ7HKjXsHwPWxRs_y-rYtam6.

    2 Shawn D. Anderson, Living Dangerously (Wipf and Stock, 2010).

    3 Matt Erickson, “Self-Giving Love”, 14 giugno 2010, https://mwerickson.com/2010/06/14/self-giving-love/.

    4 Pearl Dy, “How to ‘Love Your Neighbor As Yourself’ as in Mark 12:31”, Christianity.com, 24 gennaio 2023, https://www.christianity.com/wiki/bible/love-your-neighbor-as-yourself-bible-meaning-of-mark-12-31.html.


    Pubblicato originariamente in inglese il 2 dicembre 2025.

  • Feb 10 1 Corinzi; capitolo 14 (versetti 26-40)
  • Gen 27 La vita di un discepolo, parte 5: cercare prima il suo regno
  • Gen 13 1 Corinzi: capitolo 14 (versetti 1-25)
  • Dic 30 La vita di un discepolo, parte 4: il rapporto con Dio
  • Dic 16 La vita di un discepolo, parte 3: dimorare in Cristo
  • Dic 2 1 Corinzi: capitolo 13 (versetti 1-13)
  • Nov 18 La vita di un discepolo, parte 2: amare Dio con tutto il nostro essere
  • Nov 4 1 Corinzi: capitolo 12 (versetti 12-30)
  • Ott 21 La vita di un discepolo: introduzione
   

Dottrine

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  • La Famiglia Internazionale (LFI) [The Family International – TFI] è una comunità cristiana online impegnata nella diffusione del messaggio dell’amore di Dio in tutto il mondo. Crediamo che tutti possano avere una relazione personale con Dio, mediante Gesù Cristo, che concede felicità e pace spirituale, oltre alla motivazione ad aiutare altri e a diffondere la buona novella del suo amore.

Missione

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  • L´obiettivo principale della Famiglia Internazionale è il miglioramento della qualità di vita degli altri mediante la condivisione del messaggio vivificante dell´amore, della speranza e della salvezza che troviamo nella Parola di Dio. Crediamo che l´amore di Dio — applicato a livello pratico nella nostra vita quotidiana — sia la chiave per risolvere molti dei problemi della società, anche nel mondo complesso e frenetico di oggi. Impartendo la speranza e l´orientamento che troviamo negli insegnamenti della Bibbia, crediamo di poter contribuire alla costruzione di un mondo migliore — cambiando il mondo un cuore alla volta.

Valori

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  • La forza del singolo

    Diamo il giusto valore a ogni individuo, ai suoi talenti, alle sue capacità e ai suoi punti forti. Crediamo che ogni persona possa contribuire a cambiare il mondo un cuore alla volta.

A proposito di LFI

LFI online è una comunità di membri della Famiglia Internazionale. LFIè una comunità cristiana internazionale impegnata a diffondere il messaggio dell'amore di Dio alle persone intorno al globo.

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Una serie di articoli che coprono i fondamenti della fede e della dottrina cristiana.
Vivere il Cristianesimo
Applicare gli insegnamenti della Bibbia alla nostra vbita di tutti i giorni a alle nostre decisioni.
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