Peter Amsterdam
Troviamo la parabola del fico sterile nel capitolo 13 del Vangelo di Luca. Prima di raccontarci questa parabola, Luca riferisce che Gesù aveva parlato davanti a una grande folla. Gli chiesero di un incidente in cui alcune persone del nord d’Israele erano state uccise da Ponzio Pilato; Lui rispose menzionando una torre che era crollata uccidendo diciotto persone. Questi casi lo portarono a raccontare la parabola del fico sterile, quindi prima di prenderla in esame sarebbe utile leggere ciò che la precede per capirne il contesto.
«In quello stesso tempo, c’erano lì alcuni che gli raccontarono di quei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. E Gesù, rispondendo, disse loro: “Pensate voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti gli altri Galilei, perché hanno sofferto tali cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. Oppure pensate voi che quei diciotto, sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”» (Luca 13:1–5).
Nella sua risposta, Gesù affrontò una credenza comune in quei tempi, cioè che quando delle persone erano coinvolte in qualche tragedia, quelle cose succedevano a causa dei loro peccati. Gesù rispose con un sonoro no alla sua stessa domanda retorica se i Galilei uccisi fossero peccatori peggiori degli altri. Fece la stessa domanda usando l’esempio diverso di una torre che era crollata, affermando ancora una volta che i morti non erano più peccatori di altri.
Gesù indicò che queste tragedie dimostrano che la vita è molto fragile e che può terminare inaspettatamente; in questo modo evidenziò l’importanza di pentirsi e ricevere il perdono che solo Dio può dare.
Poi proseguì, raccontando la parabola:
«Un uomo aveva un fico piantato nella sua vigna; venne a cercarvi del frutto ma non ne trovò. Disse allora al vignaiolo: “Ecco, sono già tre anni che io vengo a cercare frutto su questo fico, e non ne trovo; taglialo; perché deve occupare inutilmente il terreno?”. Ma quegli gli rispose e disse: “Signore, lascialo ancora quest’anno, finché lo scalzi e gli metta del letame e se fa frutto, bene; altrimenti, in avvenire lo taglierai”» (Luca 13:6–9).
I fichi sono menzionati quarantun volte nella Bibbia. Arrivano a essere altri tra i quattro e i sei metri. In Israele i loro frutti maturano in agosto e settembre. Le Scritture si riferiscono numerose volte al «sedersi sotto la propria vite» oppure «sotto un fico» come un simbolo di pace e prosperità.
«Con le loro spade forgeranno vomeri, e con le loro lance falci; una nazione non leverà più la spada contro l’altra e non saranno più addestrate per la guerra. Siederanno ciascuno sotto la propria vite e sotto il proprio fico, e più nessuno li spaventerà, perché la bocca dell’Eterno degli eserciti ha parlato» (Michea 4:3–4).
«“In quel giorno”, dice l’Eterno degli eserciti, “ognuno di voi inviterà il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico”» (Zaccaria 3:10).
In alcuni casi il fico rappresenta Israele.
«Io trovai Israele come uve nel deserto, vidi i vostri padri come i fichi primaticci su un fico al suo inizio» (Osea 9:10). (Vedi anche Gioele 1:6–7.)
In questa parabola il padrone della vigna in cui cresceva il fico andò a raccogliere alcuni frutti dall’albero. Quando non ne trovò, parlò con l’operaio che curava la sua vigna e gli disse di tagliare il fico perché per tre anni di fila non aveva portato frutto. Il proprietario non era impaziente; aveva aspettato anni che l’albero desse frutto, ma dopo tutto quel tempo era ancora sterile. Nel Levitico il Signore aveva ordinato che per quattro anni nessuno mangiasse i frutti di un albero appena piantato.
«Quando sarete entrati nel paese e avrete piantato ogni sorta di alberi da frutto, considererete i loro frutti come non circoncisi [impuri]; per tre anni saranno per voi come non circoncisi; non si dovranno mangiare. Ma il quarto anno tutti i loro frutti saranno santificati; saranno per la lode dell’Eterno» (Levitico 19:23–25).
Anche se la parabola dice che l’uomo aspettò tre anni per i frutti, può darsi che gli ascoltatori lo intesero come un periodo più lungo, dato che il proprietario non avrebbe dovuto mangiare i frutti per i primi quattro anni. Forse avrebbero capito che l’albero era già cresciuto per sette anni, nei primi quattro dei quali non gli era permesso mangiarli, più altri tre. In ogni caso, quest’uomo aveva già aspettato pazientemente una buona quantità di tempo, ma adesso era giustamente stufo, perché c’era voluto così tanto e l’albero occupava spazio nella vigna, privando di elementi nutritivi le altre piante. Il proprietario riteneva che la vigna sarebbe stata meglio senza il fico. Il vignaiolo però gli suggerì di aspettare un’altra stagione, durante la quale gli avrebbe prestato altre cure; se la cosa non avesse funzionato, allora l’avrebbe tagliato secondo gli ordini del padrone. Come in altre parabole, non sappiamo come va a finire – non sappiamo se il proprietario gli concesse quest’altro anno o no.
Gli studiosi biblici che hanno commentato le parabole di Gesù in genere interpretano questa in due modi. Il primo è che la parabola parla della nazione d’Israele o dei suoi leader. La parabola viene subito dopo il riferimento a come Pilato – il prefetto romano – aveva fatto uccidere parecchi Galilei, cosa che ricordava agli ascoltatori che Israele era sottoposta a Roma. A causa dei peccati di Israele, o dei suoi leader religiosi, si pensa che Gesù abbia raccontato questa parabola per avvertire il popolo, o i leader religiosi, che dovevano pentirsi, perché Dio era pronto a giudicarli. Questo messaggio era simile all’avvertimento di Giovanni Battista:
«Già la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero quindi che non produce buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco» (Luca 3:9).
Il messaggio di Gesù e di Giovanni era che il giudizio di Dio su Israele era imminente e che era necessario pentirsi. Secondo questa interpretazione, questo passo può essere visto come se dicesse che, se Dio giudicasse Israele (o i suoi leader religiosi) strettamente secondo giustizia, Israele perirebbe. Se però gli fosse mostrata pietà, avrebbe la possibilità di pentirsi. In questa parabola, gli attributi di giustizia e misericordia parlano per bocca del proprietario e del vignaiolo.
Secondo questa interpretazione, Gesù voleva indicare che il popolo d’Israele e/o i suoi leader religiosi dovevano pentirsi prima che fosse troppo tardi. Dio, nella sua misericordia, dava loro un po’ di tempo per farlo, ma quando fosse scaduto, sarebbero arrivati i giudizi, come poi avvenne. Entro pochi decenni, Gerusalemme e il tempio sarebbero stati distrutti dai Romani.
Certamente Gesù era molto turbato per ciò che stava per abbattersi su Gerusalemme, come si evince dal suo lamento: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!» (Luca 13:34). Come disse in questa parabola, l’albero non portava frutto e meritava di essere sradicato, ma grazie alla misericordia e all’amore di Dio, poteva essergli concesso più tempo per permettergli di portare frutto.
Altri interpretano la parabola come se mettesse in risalto l’urgenza di pentirsi prima che sia troppo tardi. Pilato uccise alcune persone che non erano né migliori né peggiori di altre. La torre di Siloe crollò uccidendo diciotto persone che per caso erano al suo interno o vicino ad essa. Contrariamente alla credenza comune di quei tempi che cose del genere accadessero alle persone a causa dei loro peccati, Gesù indicò che la morte di queste persone non era dovuta al peccato. Secondo questa interpretazione, Lui voleva invece indicare che la vita è fragile e imprevedibile e quindi è importante che nessuno aspetti a pentirsi.
Con questa parabola Gesù voleva dire che ogni persona renderà conto della sua vita a Dio – e che nessuno sa quando arriverà quel momento. Il tempo che ognuno di noi ha sulla terra è un dono di Dio, grazie alla sua pazienza e alla sua misericordia. È paziente perché non risponde immediatamente ai peccati commessi contro di Lui. Concede tempo alle persone di rispondere al suo amore, di avvicinarsi a Lui, di pentirsi. Come scrisse l’apostolo Paolo: «Disprezzi le ricchezze della sua benignità, della sua pazienza e longanimità, non conoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento?» (Romani 2:4).
Piuttosto che preferire l’una o l’altra interpretazione, credo che vadano bene entrambe. L’amore e la misericordia di Dio servono a portare tutti a Lui, ma in qualche momento – spesso inaspettatamente – il dono del tempo arriva a termine per ognuno di noi e a quel punto dobbiamo rendere conto della nostra vita.
Come Cristiani, ci è utile capire che ogni giorno è un dono della misericordia divina; ogni giorno è anche un’opportunità di aiutare gli altri a trovare Dio. Come persone che amano il Signore, possiamo applicare questa parabola anche alla nostra vita riconoscendo che in qualche momento ignoto del futuro daremo il nostro ultimo respiro e che ogni giorno che viviamo è una benedizione del Signore. Viviamo per la sua grazia e quindi dovremmo cercare di vivere secondo la sua Parola al meglio delle nostre possibilità. Ovviamente non sempre ci riusciremo e in quel caso dovremmo chiedergli perdono per i nostri peccati e pentirci, pregando come ci ha insegnato: perdonaci i nostri peccati, come noi li perdoniamo ai nostri debitori (Luca 11:4).
Pubblicato originariamente nel gennaio 2018.
Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 1° ottobre 2026.