Il tesoro
Quando Gesù pregò per i suoi discepoli in Giovanni 17 prima della sua imminente morte, sapeva che avrebbero affrontato difficoltà nel mondo; ciononostante, Gesù non pregò che fossero tolti dal mondo (Giovanni 17:15). I suoi discepoli avevano la missione di essere i suoi «testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino all’estremità della terra» (Atti 1:8). A loro fu affidato il Grande Mandato di «andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo» (Marco 16:15) e furono chiamati a essere «ambasciatori di Cristo» nel mondo (2 Corinzi 5:20).
Il rapporto del cristiano con il mondo è stato spesso marcato dalla tensione di essere «nel mondo ma non del mondo». I credenti sono chiamati a impegnarsi attivamente nel mondo per condividere la buona notizia del Vangelo ed essere un esempio vivente dell’amore di Dio, evitando allo stesso tempo i valori, le usanze, le prospettive e le pratiche del mondo che non sono in linea con la loro fede cristiana e con gli insegnamenti biblici (2 Corinzi 6:14–17).
Questa concezione dell’essere «nel mondo ma non del mondo» è evidenziata in vari versetti biblici: «Non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno» (Giovanni 17:14–16). «Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui» (1 Giovanni 2:15). «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente. Così potrete discernere qual è la volontà di Dio: ciò che è buono, gradito e perfetto» (Romani 12:2).
Dopo essere risorto, Gesù affidò ai suoi discepoli un incarico: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Giovanni 20:21). Come cristiani, anche noi siamo stati inviati nel mondo per condividere il suo amore e la sua verità con gli altri. Se vogliamo farlo in modo efficace, dobbiamo stare in guardia e vigilare contro gli atteggiamenti empì del mondo che ci circonda, che possono permeare la nostra visione del mondo e indurci ad allontanarci dalla nostra fede.
1 Giovanni ci offre un quadro sobrio delle influenze mondane che possono cercare di ostacolare la nostra fede e il nostro discepolato: «Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1 Giovanni 2:16–17).
Gesù mandò i suoi seguaci nel mondo, pur proclamando che essi non erano del mondo. Il significato originale della parola «ekklesia», tradotta come «chiesa» dal greco, la lingua del Nuovo Testamento, significa letteralmente «l’assemblea chiamata fuori» o il corpo dei credenti. La chiesa vivente di Dio è composta da credenti cristiani che sono chiamati a seguire Gesù e «santificati, utili al servizio del padrone, preparati per ogni opera buona» (2 Timoteo 2:21).
Convinzione invece di conformismo
Nella Bibbia ci sono molte storie ed esempi di uomini e donne che furono benedetti perché le loro vite e le loro decisioni erano fondate sulla Parola di Dio e si rifiutarono di compromettere le loro convinzioni per guadagno. Il profeta Geremia rivelò la fonte della sua forza e delle sue convinzioni quando proclamò: «Appena ho trovato le tue parole, io le ho divorate; le tue parole sono state la mia gioia, la delizia del mio cuore» (Geremia 15:16).
Giobbe, la cui fede in mezzo alle tribolazioni e alle afflizioni è stata di grande incoraggiamento per innumerevoli milioni di persone, disse: «Non mi sono allontanato dai comandamenti delle sue labbra, ho fatto tesoro delle parole della sua bocca più della mia porzione di cibo» (Giobbe 23:12). Il salmista Davide parlava continuamente della Parola di Dio come sua guida e forza: «La legge della tua bocca per me vale più di migliaia di monete d'oro e d'argento. La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero» (Salmi 119:72, 105).
Nel libro di Daniele, nell’Antico Testamento, si trova un racconto avvincente su quattro adolescenti — Daniele, Shadrach, Meshach e Abednego — che scelsero di non compromettere la loro fede nemmeno di fronte al pericolo. A quel tempo (intorno al 600 a.C.), Nabucodonosor, re di Babilonia, aveva assediato Gerusalemme e aveva ordinato che dei giovani «di bell’aspetto, dotati di ogni sorta di saggezza, istruiti e intelligenti, capaci» fossero condotti a palazzo e istruiti nella letteratura e nella lingua dei Caldei (Daniele 1:3–4).
Ai funzionari del re era stato affidato il compito di insegnare a questi giovani israeliti la cultura e la lingua dei babilonesi. La Bibbia racconta che fu loro assegnata «una razione giornaliera dei cibi [del re] e dei vini che egli beveva», in modo da nutrirli per tre anni, «dopo i quali sarebbero passati al servizio del re» (Daniele 1:5).
Uno di questi giovani, Daniele, decise che non si sarebbe contaminato con il cibo e il vino reali, e gli altri seguirono il suo esempio. Le leggi dell’Antico Testamento proibivano agli Israeliti di mangiare determinati cibi, così Daniele chiese al capo degli eunuchi il permesso di non infrangere i comandamenti divini consumando il loro cibo (Daniele 1:8). Dio aveva concesso a Daniele il favore e la benevolenza di quel funzionario, così lui chiese di poter mangiare per dieci giorni cibo adeguato ai comandamenti divini, al termine dei quali il funzionario avrebbe potuto giudicare quale fosse migliore.
Passati i dieci giorni, la Bibbia riporta che i quattro giovani apparivano più sani e meglio nutriti di tutti quelli che avevano mangiato il cibo del re (Daniele 1:12–15). Prosegue raccontando che «a questi quattro giovani Dio diede di conoscere e comprendere ogni scrittura e ogni saggezza. Daniele aveva il dono di interpretare ogni specie di visioni e di sogni» (Daniele 1:17). In seguito, quando questi quattro giovani si presentarono al cospetto di Nabucodonosor, «su tutti i punti che richiedevano saggezza e intelletto, sui quali il re li interrogasse, egli li trovava dieci volte superiori a tutti i magi e astrologi che erano in tutto il suo regno» (Daniele 1:20).
Dio pose questi giovani in una posizione unica, in cui potevano essere una testimonianza del vero Dio davanti ai loro carcerieri e contribuire a migliorare la società in cui si trovavano (Geremia 29:7), rimanendo allo stesso tempo fedeli alla loro fede e alle loro convinzioni nonostante la pressione a conformarsi.
Da questa storia impariamo che è possibile rimanere saldi nelle nostre convinzioni fondate sulla Parola di Dio, anche quando siamo circondati da influenze e propaganda mondane o pagane. Quando scegliamo di non conformarci agli schemi di questo mondo, ma di basare le nostre decisioni e le nostre azioni sugli insegnamenti delle Scritture, saremo in grado di conoscere e discernere la buona, gradita e perfetta volontà di Dio (Romani 12:2). Come cristiani, la nostra fedeltà è rivolta a Cristo, e la Parola di Dio è il nostro punto di riferimento.
Le vere ricchezze
Le cose di questo mondo, compreso l’eccessivo materialismo e consumismo, fanno parte di un mondo che passa. Per assicurarci di avere un rapporto corretto con il mondo, dobbiamo impegnarci consapevolmente ad allineare la nostra visione sulle cose, gli atteggiamenti e le tendenze di questo mondo con la Parola di Dio nella Bibbia, come leggiamo nelle parole di Gesù nel Discorso della Montagna:
«Non accumulatevi tesori sulla terra… accumulatevi invece tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore». […] Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure preferirà l’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona» (Matteo 6:19–24).
Naturalmente, tutti abbiamo bisogno di risorse materiali e la Bibbia promette che «Dio provvederà a ogni vostro bisogno secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù» (Filippesi 4:19). Il denaro e i beni materiali sono bisogni fondamentali e di per sé non sono un male; lo è, piuttosto, il rapporto che abbiamo con essi, come espresse Paolo nella sua lettera a Timoteo: «Infatti l'amore del denaro è radice di ogni specie di mali, e alcuni che vi si sono dati si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori» (1 Timoteo 6:10).
Né i nostri beni materiali né la nostra posizione nel mondo potranno mai soddisfarci pienamente, poiché solo in Dio si trova la vera soddisfazione. Quando Satana promise a Gesù i regni del mondo e tutte le sue ricchezze, Lui rifiutò l’offerta, poiché non aveva alcuna intenzione di allontanarsi da ciò che era più prezioso: amare e servire suo Padre (Matteo 4:8–10).
Il giusto atteggiamento nei confronti dei beni materiali, della posizione sociale e del denaro inizia con il riconoscere che tutto ciò che abbiamo appartiene a Die e che a noi è stato solo affidato, in qualità di amministratori, il compito di curarle e gestirle secondo le sue istruzioni. Come cristiani, siamo esortati a vivere con generosità e a condividere le nostre risorse con gli altri. Proverbi 22:9 dice: «Chi ha l'occhio generoso sarà benedetto,
perché dona del suo pane al povero». Dare generosamente riflette il carattere di Dio. Gesù insegnò: «Date e vi sarà dato; vi sarà versata in seno una buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi» (Luca 6:38). «Da' a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltare le spalle» (Matteo 5:42).
La Bibbia ci insegna che le risorse che Dio ci ha dato dovrebbero essere utilizzate in modo da glorificarlo, compreso il provvedere ai bisogni delle nostre famiglie e dei nostri cari, restituirgli qualcosa attraverso le nostre decime e le nostre donazioni benefiche e aiutare i bisognosi. Riconoscendo il suo amore e la sua cura per noi ed esprimendo la nostra gratitudine verso di Lui per aver provveduto ai nostri bisogni, saremo in grado di superare il materialismo e il consumismo promossi dal mondo e di rimanere fedeli alla nostra vocazione di discepoli cristiani.
Come discepoli di Gesù oggi, siamo chiamati anche a essere nel mondo, ma non del mondo. La nostra vocazione è quella di essere la «luce del mondo», «una città posta sopra un monte», e di «far risplendere la nostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le nostre opere buone e glorifichino il Padre nostro che è nei cieli» (Matteo 5:14–16). Siamo opera di Dio, incaricati di essere ambasciatori di Cristo nel mondo che ci circonda: la nostra casa, la nostra comunità, il nostro quartiere e il nostro posto di lavoro (Efesini 2:10).
Pubblicato originariamente sull’Ancora in inglese il 29 ottobre 2026.