L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • La forza di Dio nella nostra debolezza

    Il tesoro

    [God’s Strength in Our Weakness]

    Durante la sua ultima campagna elettorale, il presidente statunitense Theodore Roosevelt (1858–1919) subì un attentato. Il medico che gli prestò soccorso gli porse la custodia d’acciaio dei suoi occhiali e gli disse che era stata quella a salvargli la vita. L’astuccio, che lui teneva nel taschino, aveva attutito la forza del proiettile, che non aveva raggiunto il cuore. Si dice che, mentre esaminava la custodia con le lenti infrante, Roosevelt abbia commentato come i suoi occhiali, che aveva sempre considerato un handicap, erano stati il mezzo per salvargli la vita.

    Forse in questa vita non riusciremo a conoscere i motivi dei punti deboli o delle disabilità fisiche che ci affliggono, ma è certo che Dio ha promesso che tutte le cose cooperano al bene di quelli che lo amano (Romani 8:28). Nella storia vediamo molti episodi di personaggi importanti che hanno realizzato grandi cose nonostante gravi difficoltà fisiche o handicap.

    John Milton (1608–1674), considerato uno dei maggiori poeti dei suoi tempi, compose la sua opera più famosa, Il Paradiso perduto, solo dopo aver perso la vista in entrambi gli occhi. Beethoven (1770–1827) scrisse la sua famosa Nona Sinfonia dopo essere diventato sordo a quarant’anni. Renoir (1841–1919) dipinse le sue opere maggiori con le dita rattrappite dall’artrite reumatoide. Haendel (1685–1759) compose la sua opera più grandiosa, il coro dell’Alleluia, dopo aver subito un ictus che gli lasciò parzialmente paralizzati la mano e il braccio destro. Thomas Edison (1847–1931) era sordo quando inventò il fonografo; considerava la sua sordità una benedizione, perché gli permise di pensare e di scrivere con una concentrazione totale.

    Disabilità, handicap e afflizioni possono essere usate da Dio per far sbocciare in noi le qualità migliori e contribuire a farci crescere e lottare contro ogni pronostico per raggiungere dei conseguimenti che non avremmo mai raggiunto altrimenti. Myra Brooks Welch, la poetessa che scrisse “Il tocco del Maestro”, il capolavoro che negli anni ha aiutato molte persone, era costretta a una sedia a rotelle a causa dell’artrite. Non poteva usare le mani, ma batteva a macchina le sue poesie premendo i tasti con una gomma per cancellare, nonostante il dolore.

    Charles Elliot (1834–1926), che fu presidente dell’Harvard University più a lungo di chiunque altro, da ragazzo ebbe problemi per una deturpazione congenita del volto. Sua madre gli disse: “Figlio mio, non puoi liberarti di questo svantaggio. Abbiamo consultato i medici migliori e tutti dicono che non c’è niente da fare. Tu però, con l’aiuto di Dio, puoi sviluppare una mente e un’anima così grandi che tutti dimenticheranno di guardare il tuo viso”.

    Fanny Crosby (1820–1915), missionaria, poetessa, insegnante e compositrice di inni, divenne cieca poco dopo la nascita. In seguito disse: “Sembra sia stato deciso dalla benedetta provvidenza divina che dovessi rimanere cieca tutta la vita. Lo ringrazio per questo dono. Se domani mi venisse offerta una vista perfetta, non l’accetterei. Forse non avrei cantato inni di lode a Dio se fossi stata distratta dalle cose belle e interessanti che mi circondavano”. Nel corso della vita scrisse oltre seimila inni sacri, alcuni dei quali sono oggi tra i canti cristiani più famosi ed amati. Una volta disse: “Quando arriverò in Cielo, il primo volto che rallegreranno i miei occhi sarà quello del mio Salvatore!”

    Hellen Keller (1880–1968), cieca e sordomuta dalla nascita, non fu in grado di comunicare fino a quando la sua governante cristiana, Annie Sullivan, le insegnò non solo a scrivere, ma a parlare. Divenne la prima persona cieca negli Stati Uniti a ottenere una laurea umanistica. Divenne scrittrice, sostenitrice dei diritti dei disabili e oratrice. Fu di grande incoraggiamento a milioni di persone in tutto il mondo. Una volta scrisse: “Ringrazio Dio per i miei handicap che mi hanno permesso di scoprire me stessa, la mia missione e il mio Dio”. Scrisse anche: “Tutto ha le sue meraviglie, anche il buio e il silenzio. Ho imparato a essere contenta nello stato in cui mi trovo”.

    A diciassette anni, durante un tuffo, Joni Eareckson Tada (n. 1949), ebbe un incidente che la lasciò paralizzata dal collo in giù. Joni divenne una scrittrice e una presentatrice radiofonica. Fondò Joni e amici, un ministero cristiano rivolo alla comunità dei disabili. Le sue memorie, Joni, scritte poco più che ventenne, spiegano come fu la sua fede a sostenerla. Sono state tradotte in oltre trenta lingue e hanno donato speranza a milioni di lettori in tutto il mondo. In un’intervista, Joni disse: “Tutto quello che facciamo qui sulla terra ha una diretta influenza sulla nostra capacità di gioia, culto e servizio in cielo. […] Non voglio sprecare la mia sofferenza. Voglio proseguire verso quella meta celeste, quel premio celeste, quindi lodo Dio per la sedia a rotelle che continua a spingermi in quella direzione celeste”.1

    Le vie di Dio sono spesso misteriose e al di là della nostra comprensione; non sempre comprendiamo il motivo delle sue azioni. La Bibbia dice: “Le mie vie vanno ben oltre qualsiasi cosa possiate immaginare. Come i cieli sovrastano la terra, così le mie vie sovrastano le vostre vie e i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (V. Isaia 55:8-8). Una cosa, però, che sappiamo con certezza è che il Signore ha sempre un motivo e uno scopo in tutto ciò che fa o che permette nella vita dei suoi figli, e che “tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio” (Romani 8:28), anche se non sempre sembra così.

    L’apostolo Paolo parla nella Bibbia della sua “spina nella carne”, che chiese al Signore di rimuovere: “E perché io non avessi a insuperbire […], mi è stata messa una spinanella carne. […] Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; ed egli mi ha detto: ‘La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza’. Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me” (2 Corinzi 12:7-9).

    Sebbene Paolo abbia chiesto disperatamente al Signore per tre volte di rimuovere quella fonte di dolore, invece di rimuovere l’afflizione Dio concesse a Paolo grazia e potenza e lo usò per amministrare il Vangelo alle persone e per scrivere gran parte del Nuovo Testamento. Con il suo esempio, Paolo ha potuto insegnarci che la potenza di Dio “si dimostra perfetta nella debolezza”. Anche se non conosciamo la natura esatta della spina nella carne di Paolo, possiamo applicare la sua esperienza a qualsiasi spina con cui stiamo lottando personalmente, sapendo che la grazia e la potenza di Dio si dimostrano perfette nella nostra debolezza e afflizione.

    Ognuno di noi lotta con handicap, afflizioni, mancanze e debolezze in questa vita. Ma sia che i nostri handicap siano grandi, piccoli o visibili agli altri oppure siano battaglie personali, possiamo imparare dall’insegnamento dell’apostolo Paolo: “Non lo dico perché sia nel bisogno, poiché ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo. So essere abbassato, come anche vivere nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato ad essere sazio e ad aver fame, ad abbondare e a soffrire penuria. Io posso ogni cosa in Cristo che mi fortifica” (Filippesi 4:11-13).

    Qualunque tipo di difficoltà possiamo sperimentare, non dovremmo mai permettere che ci impedisca di essere testimoni di Gesù in qualunque modo possibile. Riflettendo su persone che hanno affrontato enormi sfide nella vita, ma che sono state usate dal Signore per raggiungere gli altri con il Vangelo, possiamo farci coraggio e persino “vantarci delle nostre debolezze”, affinché la potenza di Cristo riposi su di noi (2 Corinzi 12:9).

    Paolo conclude dicendo: “Per questo mi compiaccio in debolezze […] per amore di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte” (2 Corinzi 12:10). Le nostre debolezze ci ricordano che “abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi” (2 Corinzi 4:7). Quindi, qualsiasi debolezza o disabilità possiate avere, non deve essere la fine della strada, ma piuttosto l’inizio di una vita per raggiungere gli altri con l’amore di Dio, “ il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione” (2 Corinzi 1:4).

    A prescindere dalle sfide o dalle limitazioni che affrontiamo nella vita, abbiamo la fortuna di conoscere Gesù, che ci ama, si prende cura di noi e “simpatizza con le nostre infermità” (Ebrei 4:15). In Lui abbiamo la promessa di un’eternità in cui Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi e non ci saranno più dolore, sofferenza, morte o tristezza (Apocalisse 21:4). Quando guardiamo al futuro con Dio che ci viene promesso, otteniamo coraggio e speranza, non solo per affrontare le sfide e le difficoltà di questa vita, ma anche per permettere alla sua potenza e alla sua grazia di essere rese perfette in noi. “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo” (Romani 15:13).

    Da un articolo in Il tesoro, pubblicato dalla Famiglia Internazionale nel 1987. Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il sull’Ancora in inglese il 24 ottobre 2024.

  • Gen 7 Riflessioni sull’amicizia
  • Gen 6 Accettare le stagioni della vita
  • Gen 5 Diffondiamo la buona notizia!
  • Gen 3 Le azioni superano le intenzioni
  • Dic 30 Grazia per l’anno nuovo
  • Dic 25 Emmanuele, Dio con noi
  • Dic 24 Abbiamo bisogno gli uni degli altri
  • Dic 22 La speranza del Natale
  • Dic 20 La creazione dell’uomo come maschio e femmina
   

L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • 1 Corinzi: capitolo 14 (versetti 1-25)

    [1 Corinthians: Chapter 14 (verses 1–25)]

    Alla fine del capitolo 13, Paolo scrive che “queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l’amore” (1 Corinzi 13:13). Nel capitolo 14, sottolinea l’importanza dell’amore nell’uso dei doni spirituali durante il culto comune.

    Ricercate l’amore e desiderate ardentemente i doni spirituali, principalmente il dono di profezia (1 Corinzi 14:1).

    Nell’incoraggiare i Corinzi a ricercare l’amore, Paolo sottolinea che l’amore è di prima importanza e che i credenti devono dargli la priorità. L’amore è il fondamento che deve guidare tutto ciò che facciamo ed è ciò a cui aspiriamo. Siamo esortati a fare dell’amore il nostro principio guida in tutte le nostre azioni e interazioni. L’amore non si riferisce semplicemente a un’emozione: è una scelta, un impegno ad agire in linea con la volontà divina.

    Paolo collega la ricerca dell’amore con il desiderio sincero dei doni spirituali. In precedenza, in 1 Corinzi 12, Paolo aveva insegnato che tutti i doni spirituali sono dati dallo Spirito e sono dati allo scopo di servire le altre membra del corpo di Cristo (1 Corinzi 12:7-10). In questo capitolo, incoraggia i Corinzi a esercitare i doni dello Spirito nel loro culto unito — in particolare la profezia — per l’edificazione degli altri e della chiesa.

    Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose (1 Corinzi 14:2).

    Chi parla in lingue pronuncia parole incomprensibili che gli altri non possono comprendere senza qualcuno che possa interpretare ciò che viene detto. Per questo motivo, chi parla in lingue non parla agli altri ma a Dio e i misteri che pronuncia non possono essere compresi dagli altri.

    Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione (1 Corinzi 14:3).

    Sebbene parlare in lingue in preghiera sia una pratica corretta e buona, in questo passo Paolo si concentra sui doni spirituali per l’edificazione degli altri. In questo contesto, promuove la profezia come mezzo per rafforzare, incoraggiare e confortare i credenti. La profezia nella prima Chiesa era simile alla predicazione nelle chiese di oggi. Come dice uno studioso della Bibbia:

    La profezia nella Chiesa primitiva assomigliava per molti aspetti alla predicazione contemporanea. Era un messaggio di Dio al suo popolo, pronunciato nella lingua del popolo. La profezia portava benefici alle persone in innumerevoli modi ed era usata al servizio dell’amore.1

    Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa (1 Corinzi 14:4).

    Paolo continua il suo paragone sottolineando che quando una persona parla in lingue, edifica solo se stessa, poiché è una forma di comunione personale con Dio. Naturalmente, non c’è nulla di sbagliato in questo e, come Paolo suggerisce più avanti in questo capitolo, c’è spazio per parlare in lingue per l’auto-edificazione. Tuttavia, nel culto pubblico, i doni dello Spirito devono essere esercitati per l’edificazione della chiesa. Tale edificazione comunitaria ha luogo solo quando ciò che viene detto può essere compreso dalla comunità.

    Vorrei che tutti parlaste in altre lingue, ma molto più che profetizzaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti perché la chiesa ne riceva edificazione (1 Corinzi 14:5).

    Pur continuando a incoraggiare i Corinzi a esercitare il dono di parlare in lingue, Paolo preferisce che profetizzino, a meno che non ci sia chi possa interpretare il messaggio dato in lingue, in modo che la chiesa ne possa beneficiare.

    Dunque, fratelli, se io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi servirebbe se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento?
    Perfino le cose inanimate che danno suono, come il flauto o la cetra, se non danno suoni distinti come si riconoscerà ciò che si suona con il flauto o con la cetra? E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia?
    (1 Corinzi 14:6-8)

    Paolo usò il termine “fratelli” (o “fratelli e sorelle” in altre traduzioni) per ammorbidire le sue parole e per aiutare i Corinzi a non mettersi sulla difensiva. Iniziò presentando uno scenario ipotetico in cui si sarebbe recato a visitarli, affermando che tale visita non avrebbe portato alcun beneficio ai credenti di Corinto, a meno che non avesse portato qualche rivelazione o conoscenza o profezia o insegnamento. L’unico beneficio di una visita di Paolo sarebbero stati gli insegnamenti che avrebbe impartito loro.

    In secondo luogo, Paolo utilizza un esempio musicale come illustrazione. Non è possibile distinguere una melodia suonata da un flauto o da un’arpa se non c’è una serie distinguibile di note. In terzo luogo, fa riferimento a una tromba usata come richiamo in battaglia, notando che il segnale non sarà compreso se la tromba non emetterà un richiamo chiaro; altrimenti, avrà fallito il suo scopo. Paolo usa queste illustrazioni per sottolineare che le lingue senza interpretazione non rivelano nulla, non comunicano conoscenza e non forniscono istruzioni. Sono piuttosto come uno strumento stonato che emette suoni che non giovano a nessuno.

    Così anche voi, se con la lingua non proferite un discorso comprensibile come si capirà quello che dite? Parlerete al vento (1 Corinzi 14:9).

    Paolo conclude che è necessario comunicare chiaramente per l’edificazione e il rafforzamento degli altri e lo applica direttamente alla situazione di Corinto. L’implicazione è che i Corinzi praticavano un parlare in lingue inintelligibili, che in definitiva non era altro che parlare al vento.2

    Ci sono nel mondo non so quante specie di linguaggi e nessun linguaggio è senza significato. Se quindi non comprendo il significato del linguaggio sarò uno straniero per chi parla, e chi parla sarà uno straniero per me (1 Corinzi 14:10-11).

    Paolo sottolineò che, sebbene al mondo esistano diversi tipi di lingue, il loro scopo è quello di comunicare con gli altri. Se qualcuno non capisce ciò che viene detto, se non si parla la stessa lingua, allora chi ascolta e chi parla sono praticamente stranieri tra di loro. I loro tentativi di comunicare falliranno e alla fine non gioveranno a nessuno.

    Così anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa (1 Corinzi 14:12).

    Paolo approvava il desiderio dei Corinzi di ricercare le manifestazioni dello Spirito Santo. Tuttavia, li esorta a sforzarsi di eccellere in quelle che edificano e costruiscono la Chiesa.

    Perciò chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare, perché, se io prego in altra lingua, il mio spirito ben prega, ma la mia mente rimane infruttuosa (1 Corinzi 14:13-14 LND).

    Dopo aver sottolineato i limiti del parlare in lingue, Paolo fece notare che quando qualcuno pregava in quel modo, le sue preghiere coinvolgevano solo il suo spirito e non la sua mente. Pertanto, sarebbe più vantaggioso se la persona pregasse anche per l’interpretazione delle lingue, in modo da comprendere e beneficiare del messaggio.

    Paolo conclude che le lingue senza interpretazione non possono essere comprese da nessuno, incluso chi sta dando il messaggio. Se Paolo non capiva quello che diceva quando pregava in lingue, come potevano capirlo e trarne beneficio i suoi ascoltatori?

    Che fare dunque? Pregherò con lo spirito, ma lo farò anche con la mente; canterò con lo spirito, ma canterò anche con la mente (1 Corinzi 14:15 LND).

    A causa dei limiti della preghiera in lingue, Paolo decise di pregare, cantare e lodare sia con lo spirito che con la mente. Mentre il canto e la preghiera in lingue erano appropriati nella preghiera e nell’adorazione privata, non era così nel culto pubblico.

    Altrimenti, se tu benedici Dio soltanto con lo spirito, colui che occupa il posto come semplice uditore come potrà dire «Amen!» alla tua preghiera di ringraziamento, visto che non sa quello che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento, ma l’altro non è edificato (1 Corinzi 14:16-17).

    Paolo sottolineò l’importanza di una comunicazione chiara durante il culto e fece notare che se qualcuno parla in lingue senza interpretazione, quelli che non capiscono la lingua non possono unirsi alla preghiera.

    Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua (1 Corinzi 14:18-19).

    Anche se Paolo sperimentava personalmente le benedizioni di questo dono nel suo culto privato, in pubblico preferiva pronunciare cinque parole che potessero essere comprese da chi ascoltava piuttosto che migliaia di parole in lingue. La sua attenzione era rivolta a parole che servivano a insegnare e istruire gli altri, onorando così Dio.

    Fratelli, non siate bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare, siate uomini compiuti (1 Corinzi 14:20).

    Ancora una volta, Paolo si riferisce ai Corinzi come fratelli, cosa che probabilmente esprime l’intensità del suo appello nei loro confronti. Ammonendoli di non pensare come bambini, Paolo suggerisce che l’attenzione dei Corinzi per la glossolalia [il parlare in lingue] rivela la loro immaturità spirituale.

    A volte la Scrittura elogia gli atteggiamenti infantili dei credenti, come quando Gesù sottolinea la fiducia di un bambino come esempio di fede (Marco 10:15). In questo caso, però, Paolo afferma che i credenti dovrebbero essere innocenti come i bambini nei confronti del male; in altre parole, i credenti non dovrebbero praticare il male ma tenersene lontani. Naturalmente, i cristiani non devono essere ingenui in quanto al male, come Gesù disse ai discepoli di “essere prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10:16), ma Paolo insistette sul fatto che i credenti dovrebbero pensare in modo maturo per quanto riguarda la dottrina e la pratica cristiana.

    È scritto nella legge: «Parlerò a questo popolo per mezzo di persone che parlano altre lingue e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno», dice il Signore. Quindi le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti; la profezia, invece, serve di segno non per i non credenti, ma per i credenti (1 Corinzi 14:21-22).

    Paolo parafrasò Isaia 28:11-12 per sottolineare la necessità che i Corinzi pensassero correttamente alle lingue. In questo passo, Isaia aveva avvertito l’Israele settentrionale che Dio li avrebbe esiliati in un luogo dove avrebbe usato lingue sconosciute e straniere per parlare al suo popolo. Tuttavia, nonostante questa punizione, essi continuarono a non ascoltare il Signore.

    Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno che siete pazzi? (1 Corinzi 14:23)

    Dopo aver argomentato che le lingue non interpretate nel culto unitario non sono proficue per la comunità, Paolo passa a sottolineare come possano ostacolare l’evangelizzazione allontanando i non credenti. Presenta uno scenario ipotetico in cui persone estranee e non credenti partecipano a un incontro pubblico in cui tutta la chiesa parla in lingue. Chi non ha alcuna conoscenza del cristianesimo li penserebbe pazzi e potrebbe finire per allontanarsi senza ascoltare il messaggio del Vangelo.

    Ma se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono svelati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi (1 Corinzi 14:24-25).

    Paolo contrappone lo scenario precedente a quello di un non credente che entra in un servizio di culto in cui vengono dati messaggi in profezia con parole comprensibili per l’estraneo. L’effetto sarebbe molto diverso, perché il visitatore si sentirebbe ammonito dal messaggio e Dio gli parlerebbe attraverso di esso. Il visitatore si scoprirebbe peccatore, adorerebbe Dio e riconoscerebbe la presenza divina nella congregazione.

    Con le parole di un commentatore della Bibbia:

    Questi nuovi convertiti sarebbero rimasti tanto stupiti dalla parola di Dio proclamata nell’assemblea cristiana che avrebbero proclamato: “Dio è davvero in mezzo a voi”. […] La conversione dei perduti fa parte dello scopo delle assemblee cristiane.3

    (Continua)


    1 Richard L. Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians. Vol. 7 (B&H Publishing Group, 2000), 244.

    2 Leon Morris, 1 Corinthians: An Introduction and Commentary, vol. 7, Tyndale New Testament Commentaries (InterVarsity Press, 1985), 767.

    3 Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians.


    Pubblicato originariamente in inglese il 14 ottobre 2025.

  • Dic 30 La vita di un discepolo, parte 4: il rapporto con Dio
  • Dic 16 La vita di un discepolo, parte 3: dimorare in Cristo
  • Dic 2 1 Corinzi: capitolo 13 (versetti 1-13)
  • Nov 18 La vita di un discepolo, parte 2: amare Dio con tutto il nostro essere
  • Nov 4 1 Corinzi: capitolo 12 (versetti 12-30)
  • Ott 21 La vita di un discepolo: introduzione
  • Ott 7 1 Corinzi: capitolo 12 (versetti 1-11)
  • Set 23 1 Corinzi: capitolo 11 (versetti 17-34)
  • Ago 26 1 Corinzi: capitolo 11 (versetti 2-16)
   

Dottrine

Altro…
  • La Famiglia Internazionale (LFI) [The Family International – TFI] è una comunità cristiana online impegnata nella diffusione del messaggio dell’amore di Dio in tutto il mondo. Crediamo che tutti possano avere una relazione personale con Dio, mediante Gesù Cristo, che concede felicità e pace spirituale, oltre alla motivazione ad aiutare altri e a diffondere la buona novella del suo amore.

Missione

Altro…
  • L´obiettivo principale della Famiglia Internazionale è il miglioramento della qualità di vita degli altri mediante la condivisione del messaggio vivificante dell´amore, della speranza e della salvezza che troviamo nella Parola di Dio. Crediamo che l´amore di Dio — applicato a livello pratico nella nostra vita quotidiana — sia la chiave per risolvere molti dei problemi della società, anche nel mondo complesso e frenetico di oggi. Impartendo la speranza e l´orientamento che troviamo negli insegnamenti della Bibbia, crediamo di poter contribuire alla costruzione di un mondo migliore — cambiando il mondo un cuore alla volta.

Valori

Altro…
  • L’amore appassionato per Dio

    Amiamo Dio con tutto il nostro cuore, la nostra anima, la nostra mente e tutta la nostra forza. Cerchiamo un rapporto personale con Gesù e vogliamo crescere nell’imitazione delle sue virtù e vivere il suo amore.

A proposito di LFI

LFI online è una comunità di membri della Famiglia Internazionale. LFIè una comunità cristiana internazionale impegnata a diffondere il messaggio dell'amore di Dio alle persone intorno al globo.

Visita il nostro sito principale se vuoi saperne di più su LFI.

Se sei un membro di LFI, fai l'accesso per vedere altro contenuto.

Ultime serie

Altro…
Arrivare al Cuore di tutto
Una serie di articoli che coprono i fondamenti della fede e della dottrina cristiana.
Vivere il Cristianesimo
Applicare gli insegnamenti della Bibbia alla nostra vbita di tutti i giorni a alle nostre decisioni.
Gesù - la sua vita e il suo messaggio
Principi fondamentali tratti dai Vangeli su cui costruire le nostre vite.