L’Ancora

Devozioni in formato semplice

  • La storia di Ruth (parte 3)

    Peter Amsterdam

    [The Story of Ruth—Part 2]

    Alla fine dell’articolo precedente, Boaz aveva detto a Ruth che era libera di spigolare nei suoi campi fino alla fine del raccolto. Lei continuò a lavorare con le altre donne nei campi finché la messe dell’orzo e del frumento fu completata.

    Poi Naomi, sua suocera, le disse: «Figlia mia, non cercherò io un posto di riposo per te, affinché tu sia felice? Ora Boaz, con le serve del quale tu sei stata, non è forse nostro parente? Ecco, questa sera egli deve vagliare l’orzo sull’aia. Perciò lavati, ungiti, mettiti le vesti migliori e scendi all’aia; ma non farti riconoscere da lui fino a che non abbia finito di mangiare e di bere. Quando andrà a coricarsi, osserva il luogo dove si corica; poi va’, scoprigli i piedi e coricati tu stessa. Ed egli ti dirà ciò che devi fare». Ruth le rispose: «Farò tutto quello che dici» (Ruth 3:1-5).

    Naomi si preoccupava per il futuro di Ruth e voleva cercare un posto di riposo, sicurezza e una casa per Ruth. Boaz era un loro parente e aveva il diritto di riscatto, il che significava che aveva qualche responsabilità di sposare Ruth per tenere vivo il nome del suo marito defunto (Mahlon). Naomi sapeva che Boaz avrebbe trebbiato l’orzo sull’aia, quella sera, così disse a Ruth di prepararsi, lavarsi, indossare il suo vestito migliore e mettersi del profumo. Probabilmente Ruth indossava vestiti da lutto e cambiare il vestito avrebbe indicato la fine del lutto.

    Naomi disse a Ruth anche di non farsi vedere da Boaz finché non si fosse coricato e addormentato. Apparentemente lui non dormiva con i suoi operai, ma forse aveva un posto speciale a una certa distanza da loro. Appena si fosse addormentato, Ruth doveva scoprirgli i piedi e sdraiarsi lì. Naomi disse fiduciosamente che quando Boaz si fosse svegliato e avesse trovato Ruth ai suoi piedi, le avrebbe detto cosa fare.

    Così scese all’aia e fece tutto ciò che la suocera le aveva ordinato. Boaz mangiò e bevve e col cuore allegro andò a coricarsi accanto al mucchio di grano. Allora ella venne pian piano, gli scoperse i piedi e si coricò (Ruth 3:6-7).

    Dopo aver mangiato e bevuto, probabilmente Boaz si sentiva allegro. Finita la serata, andò in fondo alla fila di covoni e si addormentò. Ruth prese nota del posto dove Boaz dormiva e, appena si fu addormentato, si avvicinò e rimosse ciò che gli copriva i piedi, così che fossero esposti al freddo della notte.  Poi si sdraiò ai suoi piedi.

    Verso mezzanotte egli si svegliò di soprassalto e si voltò; ed ecco, una donna giaceva ai suoi piedi. «Chi sei tu?» le disse. Ella rispose: «Sono Ruth, tua serva; stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto» (Ruth 3:8-9).

    Svelando a Boaz la propria identità, Ruth include l’informazione che tu hai il diritto di riscatto. Alcuni hanno immaginato che questo incontro tra Boaz e Ruth fosse di carattere sessuale, ma una nota della English Standard Version dice: «A volte si è suggerito che ‘ai suoi piedi’ (lett. ‘nel posto dei suoi piedi, Ebraico ‘margelot’) fosse un eufemismo per un contatto sessuale, ma non ci sono prove che sia così e in questa storia sarebbe fuori luogo».

    Boaz conosceva la responsabilità di un parente con diritto di riscatto; doveva sposare Ruth per produrre un figlio che sarebbe stato considerato figlio di Mahlon, il suo primo marito e figlio di Naomi.

    Egli disse: «Sii benedetta dall’Eterno, figlia mia! La bontà mostrata quest’ultima volta supera quella di prima, perché non sei corsa dietro a giovani, poveri o ricchi. Ora dunque, non temere, figlia mia; io farò per te tutto ciò che richiedi, perché tutta la gente della mia città conosce che sei una donna virtuosa. Or è vero che io ho il diritto di riscatto; ma ce n’è uno che è parente più stretto di me» (Ruth 3:10-12).

    Invece di dimostrarsi riluttante o esitante, Boaz fu entusiasta all’idea di sposare Ruth e pregò che venisse benedetta da Dio. La loro differenza d’età doveva essere notevole, perché la chiama nuovamente figlia mia. Dicendo la bontà mostrata quest’ultima volta supera quella di prima, probabilmente Boaz si riferiva a come Ruth si era presa cura di Naomi come suo «primo» gesto di bontà. Nella sua mente, la sua bontà nello scegliere di sposarlo era ancora più grande di tutto quello che lei aveva fatto per Naomi.

    Boaz acconsentì a fare ciò che Ruth aveva chiesto, comunque, tra loro si frapponeva un ostacolo: un parente più stretto di suo marito Mahlon, il che significava che era sua la responsabilità di sposare Ruth. Se però avesse scelto di non sposarla, allora Boaz sarebbe stato il successivo ad avere quel diritto.

    «Passa qui la notte; e domani mattina, se egli farà valere il suo diritto nei tuoi confronti, va bene, lo faccia pure; ma se non vorrà far valere il suo diritto con te, io farò valere il mio e ti riscatterò, com’è vero che l’Eterno vive! Sta’ coricata fino al mattino». Così ella rimase coricata ai suoi piedi fino al mattino; ma si alzò prima che uno possa riconoscere un altro, perché egli aveva detto: «Nessuno sappia che questa donna è venuta sull’aia!» Poi aggiunse: «Porta il mantello che hai indosso e sorreggilo». Ella lo sorresse, ed egli vi versò sei misure di orzo, e glielo mise sulle spalle; poi essa rientrò in città (Ruth 3:13-15).

    Presa quella decisione, Boaz disse a Ruth di restare sdraiata ai suoi piedi fino al mattino. Prima che Ruth se ne andasse, Boaz le diede sei misure d’orzo. Se altri avessero visto Ruth in giro così presto al mattino, avrebbero immaginato che avesse comprato del grano e stesse tornando a casa.

    Così tornò dalla suocera, che le disse: «Sei tu, figlia mia?» [In altre versioni: Come è andata, figlia mia?] Allora essa le raccontò tutto ciò che l’uomo aveva fatto per lei, e aggiunse: «Mi ha anche dato queste sei misure di orzo, perché mi ha detto: “Non devi tornare da tua suocera a mani vuote”». Naomi disse: «Rimani qui, figlia mia, finché tu sappia come andrà a finire la cosa, perché quest’uomo non si darà riposo, finché non abbia sistemato oggi stesso la cosa» (Ruth 3:16-18).

    Naomi incoraggiò Ruth ad aspettare pazientemente per vedere come si sarebbero sviluppate le cose. Era certa che la questione si sarebbe risolta quel giorno, ma avrebbero dovuto rimanere in attesa del risultato. Nel frattempo Boaz si mise in moto per sistemare le cose in modo da poter sposare Ruth.

    Or Boaz salì alla porta della città e là si pose a sedere. Ed ecco passare colui che aveva il diritto di riscatto e di cui Boaz aveva parlato. Boaz gli disse: «O tu, tal dei tali, avvicinati e siediti qui». Quello si avvicinò e si mise a sedere. Boaz allora prese dieci uomini fra gli anziani della città e disse loro: «Sedete qui». Essi si sedettero (Ruth 4:1-2).

    Nell’antichità, le porte della città erano spesso il luogo in cui si conducevano le trattative commerciali e legali, oltre a essere un luogo in cui trovarsi e socializzare. Quando l’uomo con diritto al riscatto arrivò alla porta, Boaz gli chiese di sedersi con lui e chiese a dieci tra gli anziani della città che erano anch’essi lì alla porta di sedersi con loro, come testimoni di ciò che stava per accadere.

    Poi Boaz disse a colui che aveva il diritto di riscatto: «Naomi, che è tornata dal paese di Moab, ha venduto la parte di terra che apparteneva al nostro fratello Elimelek. Ho pensato di informarti e di dirti: “Compralo alla presenza degli abitanti del luogo e degli anziani del mio popolo. Se vuoi riscattarlo, riscattalo; ma se non intendi riscattarlo dimmelo, affinché io lo sappia; poiché nessuno fuori di te ha il diritto di riscatto, e dopo di te vengo io”». Quegli rispose: «Farò valere il mio diritto» (Ruth 4:3-4).

    Boaz affrontò subito la questione. Voleva che l’altro uomo fosse consapevole della situazione con Naomi, Ruth e l’appezzamento di terra di Elimelek, perché era qualificato a comprarlo. Inizialmente, il primo uomo acconsentì a comprare la terra, ma non si rendeva conto che l’acquisto aveva delle condizioni, come Boaz gli fece notare.

    Allora Boaz disse: «Il giorno che acquisterai il campo dalla mano di Naomi, tu lo acquisterai anche da Ruth, la Moabita, moglie del defunto, per far rivivere il nome del defunto nella sua eredità». Colui che aveva il diritto di riscatto rispose: «Io non posso riscattarlo per me, perché rovinerei la mia propria eredità; riscatta tu ciò che avrei dovuto riscattare io, perché io non lo posso riscattare» (Ruth 4:5-6).

    Nel descrivere Ruth, Boaz si riferì a lei come alla Moabita, oltre che moglie del defunto. Molto probabilmente cercava di far sembrare una cattiva idea quella di prendersi il terreno e sposare Ruth. Prendersi cura di Naomi e sposare Ruth avrebbe complicato la vita dell’uomo e la sua eredità, quindi cambiò idea e rinunciò al diritto di riscatto a favore di Boaz. Formalizzò la sua decisione dando il suo sandalo a Boaz, seguendo la tradizione dell’epoca per le trattative legali (Ruth 4:7-8).

    Dopo che il parente rifiutò di comprare il terreno, Boaz si rivolse agli anziani che erano testimoni della transazione, come pure a tutto il popolo che si era radunato lì intorno. Confermò di comprare il terreno che era appartenuto al marito di Naomi, Elimelek, e ai loro figli e che avrebbe sposato Ruth (Ruth 4:9-10).

    Allora tutto il popolo che si trovava alla porta e gli anziani risposero: «Ne siamo testimoni. L’Eterno renda la donna che entra in casa tua come Rachele e come Lea, le due donne che edificarono la casa d’Israele. Possa tu ottenere potenza in Efratha e divenire famoso in Betlemme. Sia la tua casa come la casa di Perets, che Tamar partorì a Giuda, a motivo della discendenza che l’Eterno ti darà da questa giovane» (Ruth 4:11-12).

    Gli uomini presenti alla porta della città insieme agli anziani confermarono di essere testimoni della compera da parte di Boaz di tutto ciò che apparteneva a Naomi e diedero tre benedizioni, probabilmente per bocca di un portavoce degli anziani. Prima pregarono che Ruth fosse fertile come Rachele e Lea, che tra loro avevano avuto dodici figli. La seconda benedizione fu che come patriarca di questa nuova famiglia Boaz prosperasse e il suo nome continuasse in Israele. La terza benedizione riguardava il figlio non ancora concepito, Obed, che sarebbe nato a Boaz e Ruth.

    Poco dopo il matrimonio di Boaz e Ruth, lei rimase incinta e diede alla luce un figlio (Ruth 4:13).

    Allora le donne dissero a Naomi: «Benedetto l’Eterno, che oggi non ti ha lasciato senza un redentore. Possa il suo nome divenire famoso in Israele! Possa egli ristabilire la tua vita ed essere il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito la tua nuora che ti ama e che vale per te più di sette figli». Naomi quindi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli diedero un nome e dicevano: «È nato un figlio a Naomi!» Lo chiamarono Obed. Egli fu padre d’Isai, padre di Davide (Ruth 4:14-17).

    Le donne di Betlemme, che sapevano della precedente miseria di Naomi (Ruth 1:19-20), ora offrirono lodi e preghiere. Lodarono il Signore, che non l’aveva lasciata senza un parente con diritto di riscatto e pregarono era che il bambino diventasse famoso in tutta Israele. Si complimentarono anche con Ruth, la nuora di Naomi, che le aveva dimostrato un amore incondizionato e che valeva per lei «più di sette figli».

    Il bambino fu chiamato Obed (che significa «servo»), probabilmente una forma abbreviata di Obadia (che significa «servo dell’Eterno»). Obed divenne poi il padre di Isai, padre di Re Davide. Naomi fu così la bisnonna di Davide (Ruth 4:18-22).

    Un commentatore riassume il libro di Ruth dicendo: «Alla fine Dio supera tutti gli ostacoli per portare Naomi dalla penuria all’abbondanza, per portare Boaz da scapolo a uomo felicemente sposato, e per portare Ruth da straniera e vedova a bisnonna del più grande re d’Israele!»1

    Pubblicato originariamente nel novembre 2022.
    Adattato e ripubblicato sull’Ancora in inglese il 9 marzo 2026.


    1 W. Gary Phillips, Holman Old Testament Commentary, Judges and Ruth (B&H Publishing Group, 2004), 353.

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  • Mar 4 Il mio percorso biblico
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  • Feb 23 La storia di Ruth (parte 1)
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L’Angolo dei Direttori

Studi biblici e articoli che edificano la fede

  • La vita di un discepolo, parte 6: Amore per gli altri

    [The Life of Discipleship, Part 6: Love for Others]

    Il comandamento «Ama il tuo prossimo come te stesso» ha origine nell’Antico Testamento, in Levitico 19:18. Nello stesso capitolo, l’amore per il prossimo viene esteso fino a includere lo straniero: «Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso» (Levitico 19:34). I Vangeli di Matteo, Marco e Luca riportano in vari modi l’affermazione di Gesù secondo cui questo comandamento è il secondo dei due comandamenti più importanti, il primo dei quali è amare Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza (Marco 12:30-31).

    Nel Vangelo di Luca leggiamo che, dopo aver sentito Gesù proclamare l’amore per il prossimo come uno dei comandamenti più importanti, un esperto della legge sfidò Gesù con la domanda: «E chi è il mio prossimo?». Chiaramente, stava cercando di classificare alcune persone come «non prossimo» per escluderle da questo comandamento. Gesù continuò raccontando la storia del Buon Samaritano per illustrare con enfasi che amare il prossimo va ben oltre i nostri amici e la nostra comunità locale, fino a includere gli stranieri e i forestieri, e significa mostrare compassione e premura nei confronti dei bisognosi (Luca 10:25-35).

    Gesù diede uno standard più alto nel Discorso della Montagna quando istruì i suoi seguaci ad amare i loro nemici «affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Matteo 5:43-45). Chiaramente nessuno era escluso dal comandamento di amare.

    Il punto fondamentale dell’amare il prossimo, per noi cristiani, è la consapevolezza che ogni persona è preziosa per Dio, indipendentemente dall’età, dall’etnia, dal sesso, dalla nazionalità, dalla condizione economica, dal credo religioso, dall’appartenenza politica o da qualsiasi altra differenza. Dio ama tutti. Ama il mendicante per strada tanto quanto ama l’uomo più ricco del mondo. È «misericordioso e pieno di compassione» e di amore incondizionato, e «il Signore è buono con tutti» (Salmo 145:8-9).

    Dio ci chiede di vedere ogni persona che ha creato nello stesso modo in cui la vede Lui, con occhi pieni d’amore, il che significa che guarderemo gli altri senza pregiudizi, preconcetti o stereotipi. L’amore incondizionato di Dio non conosce confini di razza, credo o condizione sociale e dovrebbe impostare il nostro atteggiamento verso gli altri, specialmente verso quelli che sono in qualche modo diversi da noi. Il nostro compito come discepoli, come uomini e donne che seguono le orme del Maestro, è quello di mostrare agli altri lo stesso amore che Gesù ha mostrato a noi. Come scrisse l’apostolo Paolo:

    Al momento stabilito, mentre eravamo ancora senza forza, Cristo è morto per noi peccatori.  Già è difficile che qualcuno voglia morire per un uomo giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire. Ma Dio ha dimostrato il suo grande amore per noi proprio in questo modo: mandando Cristo a morire per noi, mentre eravamo ancora peccatori (Romani 5:6-8).

    Non dobbiamo per forza apprezzare o condividere il credo, lo stile di vita o le scelte di ogni persona. Potrebbero vivere senza tener conto degli standard morali di Dio o condurre una vita di grave peccato, ma indipendentemente dalla loro situazione attuale, Dio le ama. Le Scritture insegnano che ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio, che l’amore è da Dio e che Dio è amore (1 Giovanni 4:7-8). Il meraviglioso amore di Dio è la nostra pietra di paragone. Come discepoli, abbiamo il compito di emulare qualità divine quali amore, compassione e misericordia, proprio come fece Gesù. Amare il prossimo è fondamentale per essere discepoli cristiani.

    Amore attivo

    Ci viene comandato di amarci gli uni gli altri come fa Gesù. Non c’è una sola persona che Gesù non ami e che Lui non sia venuto a salvare: questo include tutti quelli con cui incroci lo sguardo, che incroci per strada, di cui senti parlare al telegiornale, che vivono alla porta accanto, che stanno dietro di te in fila al supermercato o che siedono accanto a te in una sala d’attesa. Quando amiamo attivamente quelli che ci circondano, mettendo le loro necessità prima delle nostre, prendiamo lo stesso amore straordinario che Gesù ha riversato su di noi e diventiamo una sua dimostrazione vivente, palpitante e meravigliosa per l’umanità.

    Vedete, mentre molti credono che l’amore sia solo un sentimento piacevole e commovente, come cristiani siamo chiamati a essere qualcosa di più: siamo chiamati ad agire. Possiamo condividere l’amore di Dio notando chi non viene notato, amando chi non è amabile o anche estendendo la grazia a coloro con cui non è facile stare. […]

    Facciamo in modo che la nostra preghiera di oggi sia la richiesta a Dio di aiutarci ad amare attivamente gli altri: ad attraversare attivamente la strada per aiutare i nostri vicini, a cucinare attivamente un pasto caldo per un amico bisognoso o a visitare attivamente una casa di riposo nelle vicinanze per amare gli anziani. Chiediamogli di condurci nei luoghi in cui vuole che facciamo risplendere la sua luce e chiediamogli il coraggio e la forza di condividere il suo amore con tutti coloro che ci circondano nella nostra vita quotidiana. —Gini Wietecha1

    La chiave del discepolato

    L’amore è la prima chiave per un discepolato intenzionale. Secondo alcune persone che in precedenza non erano credenti, questo è il tratto caratteriale che ha avuto il maggiore impatto sulla loro decisione di seguire Gesù. Ciò non dovrebbe sorprendere. Gesù ha dimostrato amore per le persone ovunque andasse. Di conseguenza le loro vite sono cambiate per sempre. Gesù […] era spinto ad amare le persone e non lasciava che niente e nessuno gli impedisse di esprimere il suo amore. L’amore sgorgava da lui e toccava la vita delle persone che incontrava. —Shawn D. Anderson2

    Amore agape

    Nel greco classico ci sono quattro parole per indicare l’amore: storghì, che significa affetto naturale (come quello di un genitore per un figlio); philos, che significa amicizia o amore fraterno; eros, che significa amore sensuale o passionale; e agape, che è la parola usata in tutto il Nuovo Testamento per indicare l’amore immeritato che Dio ha mostrato all’umanità mandando suo Figlio come Redentore.

    Quando si parla di amore umano nel Nuovo Testamento, agape si riferisce all’amore altruistico e generoso. Agape può essere inteso come il tipo di amore che ti spinge a tendere la mano e a fare del bene agli altri, ad amare il tuo prossimo e a mettere i bisogni degli altri prima dei tuoi; il tipo di amore che cerca sinceramente la redenzione dei non salvati e cerca di aiutare chi è nel bisogno.

    Il teologo italiano Tommaso d’Aquino (1225-1274) definì l’amore agape come «volere il bene altrui». L’amore agape non è un’emozione o un desiderio passeggero, ma una scelta di agire in modo da promuovere il benessere dell’altro, anche quando ciò richiede il sacrificio di sé. Quindi, quando Gesù parla di amare gli altri, si riferisce al tipo di amore in cui si dà a un altro senza aspettarsi nulla in cambio, il tipo di amore che perdona quando le persone hanno peccato contro di noi o ci hanno ferito, il tipo di amore in cui si fa di tutto per aiutare qualcuno. L’amore altruistico e generoso di cui parla Gesù è il frutto dell’opera dello Spirito Santo nella nostra vita, radicato nei principi della sua Parola, ed è destinato a essere la caratteristica distintiva del nostro discepolato.

    Amore altruistico

    Sono colpito dai diversi aspetti del sacrificio di Gesù e da come questo rispecchi l’immenso amore di Dio. Ho anche riflettuto su come la mia vita dovrebbe rispecchiare il modello di amore altruistico di Gesù.

    La morte di Gesù sulla croce è, a un certo livello, una straordinaria illustrazione delle sue parole secondo cui nessuno ha un amore più grande di chi dà la sua vita per i suoi amici (Giovanni 15:13). La croce si è trasformata dall’immagine più brutale della morte all’illustrazione più sconvolgente dell’amore di Dio.

    Fino a che punto si spingerà Dio per mostrare il suo amore? Oltre ogni nostra immaginazione. Quanto darà? Tutto.

    E dopo aver assunto l’umile compito di lavare i piedi dei suoi discepoli, Gesù dice ai suoi primi seguaci: «Io infatti vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: Il servo non è più grande del suo padrone, né il messaggero più grande di colui che l'ha mandato» (Giovanni 13:15-16).

    Gesù ha dato. Ha dato completamente. Il suo dare era un gesto di amore divino. Anche noi dovremmo dare. Dovremmo dare completamente. Il nostro dare dovrebbe essere un atto di amore divino. «Se sapete queste cose, siete beati se le fate» (Giovanni 13:17). —Matt Erickson3

    Amore per i nostri fratelli cristiani

    Dio vuole che amiamo tutta l’umanità e che siamo esempi delle sue qualità per quelli che incontriamo e con cui interagiamo quotidianamente. Ma è ancora più interessato a che mostriamo amore per gli altri cristiani (indicati nella Bibbia come nostri fratelli e sorelle), il corpo di Cristo (1 Corinzi 12:12-13). Questo è il tipo di amore di cui parla Gesù quando dice:

    Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Giovanni 13:34-35).

    In 1 Giovanni leggiamo anche dell’importanza del nostro amore per i nostri fratelli cristiani. «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1 Giovanni 3:14). E «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: [Gesù Cristo] ha dato la sua vita per noi. Anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i nostri fratelli» (1 Giovanni 3:16).

    Nelle epistole ci viene chiesto di aiutare i nostri fratelli, prendercene cura, mostrare compassione e fare loro del bene. «Quindi, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti, ma soprattutto a quelli che appartengono alla famiglia della fede» (Galati 6:10). Giovanni usò parole forti per descrivere cosa significa trascurare i nostri fratelli quando scrisse: «Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?» (1 Giovanni 3:17).

    Perché è così importante che ci prendiamo cura dei nostri fratelli nella fede e che li sosteniamo, sia spiritualmente che materialmente? Gesù rispose a questa domanda quando disse: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri». Gesù vuole che noi, suoi seguaci, siamo conosciuti per il nostro amore. Amare i nostri fratelli è un elemento chiave del discepolato e del diffondere la luce del suo amore e del suo Vangelo nel mondo.

    Poche ore prima di essere arrestato, Gesù pregò il Padre affinché i discepoli, sia quelli che erano con Lui in quel momento sia tutti quelli che lo avrebbero seguito, fossero uniti come Lui e il Padre sono uniti, «affinché il mondo il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li hai amati come hai amato me» (Giovanni 17:20-23). Gesù pregò affinché tutti i suoi discepoli fossero uno: un solo corpo, uniti nell’amore; uno nella fede, uno nella missione, uno nella mentalità cristiana. Non è possibile che tutti i discepoli la pensino allo stesso modo, ma nelle questioni di fede, amore, servizio e diffusione del Vangelo nel mondo, ovvero in quelle cose che li rendono discepoli, Gesù pregò che fossero uniti. I cristiani possono differire su punti secondari di dottrina o di credo, ma dovrebbero essere uniti nelle dottrine fondamentali del cristianesimo (tra cui la fede in Dio, la salvezza in Gesù, la Trinità, la Bibbia come Parola di Dio e il Grande Mandato di predicare il Vangelo).

    Quando siamo uniti e riuniti in Lui, Lui è lì con noi. «Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Matteo 18:20). Avere Cristo in mezzo a noi aiuta gli altri a sentire la sua presenza; la gioia e l’amore li attirano a Lui e forniscono un esempio vivente del suo amore per loro. Fa parte della testimonianza dei discepoli. Serve anche a rafforzarci nel discepolato. In Ebrei leggiamo: «Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nell’amore fraterno e nelle opere buone, senza disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi come il giorno» (Ebrei 10:24-25).

    Quando i discepoli si riuniscono per una comunione spirituale, la presenza di Dio è con loro. Lo Spirito Santo crea un’atmosfera viva e amorevole all’interno del corpo dei credenti. Quando i cristiani si riuniscono ed entrano in comunione, questo li rafforza. Pregare, adorare, dare testimonianza, avere conversazioni profonde, godere della reciproca compagnia, tutto questo crea un’atmosfera meravigliosa che rafforza ed edifica quelli che partecipano. La comunione con altri cristiani, in qualunque modo il Signore ci guidi a fare nelle nostre situazioni personali, fa parte del vivere il nostro discepolato.

    Siamo chiamati ad amare il nostro prossimo e ad amare i nostri fratelli cristiani come pietre angolari del nostro discepolato. Impegniamoci a essere ogni giorno esempi viventi dell’amore di Dio per le persone che il Signore mette sul nostro cammino. Possa l’amore di Cristo costringerci «perché siamo giunti a questa conclusione: […] che egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Corinzi 5:14-15).

    Pensieri su cui riflettere

    Credo che Dio ami il mondo attraverso di noi, attraverso te e me. —Madre Teresa

    Istintivamente tendiamo a limitare [il numero delle] persone per cui ci impegniamo. Lo facciamo per le persone che sono come noi e per quelle che ci piacciono. Gesù non accetta niente del genere. Parlando di un samaritano che aiutava un ebreo, Gesù non avrebbe potuto trovare un modo più efficace per dire che chiunque si trovi nel bisogno, indipendentemente dalla razza, dall’orientamento politico, dalla classe sociale e dalla religione, è il tuo prossimo. Non tutti sono tuoi fratelli o sorelle nella fede, ma tutti sono tuoi prossimi e tu devi amare il tuo prossimo. —Timothy Keller

    Ogni singola persona che incontriamo è amata da Dio ed è qualcuno per cui Gesù è morto. Tutti quelli che incontriamo durante la giornata – sconosciuti, conoscenti, amici, familiari – possono sperimentare l’amore di Dio attraverso di noi! Ogni giorno abbiamo l’opportunità di mostrare l’amore di Dio agli altri. —Askaboutmyfaith.com

    Cosa dice la Bibbia

    «Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi» (1 Giovanni 4:11-12).

    «Se amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo 5:46-48).

    «Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l'amore copre una gran quantità di peccati» (1 Pietro 4:8).

    Preghiera per amare il nostro prossimo

    Carissimo Signore, fa’ che io sia una benedizione per il mio prossimo. Non solo per quelli che mi sono vicini, ma anche per quelli con cui comunico, anche se sono lontani. Fa’ che io sia una buona samaritana per qualcuno oggi. Dammi compassione per essere portatrice di buona volontà verso i miei fratelli.

    Signore, dammi la forza di vivere secondo il tuo comandamento di amare. […] Fa’ che io non chiuda il mio cuore a chi ha bisogno. Che io possa condividere le benedizioni che ho ricevuto da Te con quelli che le chiedono. Che io non perda mai di vista il modo di amare. […] Che le persone che incontro su questo cammino diventino per me opportunità di vivere gli insegnamenti di Cristo.

    Signore, ti chiedo di aprire il mio cuore affinché io possa provare un amore sincero per i tuoi comandamenti. Insegnami, Signore, ad amarti sopra ogni cosa e ad amare il mio prossimo come amo me stessa. Fa’ che io possa tenere sempre a mente l’essenza del tuo comandamento di amare.4


    1 Gini Wietecha, “What God Says About Loving Others”, Dayspring, 25 agosto 2023, https://www.dayspring.com/articles/loving-others-well?srsltid=AfmBOopdtkbOB8KU0CKhjKhVDsfMpiTzEZ7HKjXsHwPWxRs_y-rYtam6.

    2 Shawn D. Anderson, Living Dangerously (Wipf and Stock, 2010).

    3 Matt Erickson, “Self-Giving Love”, 14 giugno 2010, https://mwerickson.com/2010/06/14/self-giving-love/.

    4 Pearl Dy, “How to ‘Love Your Neighbor As Yourself’ as in Mark 12:31”, Christianity.com, 24 gennaio 2023, https://www.christianity.com/wiki/bible/love-your-neighbor-as-yourself-bible-meaning-of-mark-12-31.html.


    Pubblicato originariamente in inglese il 2 dicembre 2025.

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  • Dic 30 La vita di un discepolo, parte 4: il rapporto con Dio
  • Dic 16 La vita di un discepolo, parte 3: dimorare in Cristo
  • Dic 2 1 Corinzi: capitolo 13 (versetti 1-13)
  • Nov 18 La vita di un discepolo, parte 2: amare Dio con tutto il nostro essere
  • Nov 4 1 Corinzi: capitolo 12 (versetti 12-30)
  • Ott 21 La vita di un discepolo: introduzione
   

Dottrine

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  • La Famiglia Internazionale (LFI) [The Family International – TFI] è una comunità cristiana online impegnata nella diffusione del messaggio dell’amore di Dio in tutto il mondo. Crediamo che tutti possano avere una relazione personale con Dio, mediante Gesù Cristo, che concede felicità e pace spirituale, oltre alla motivazione ad aiutare altri e a diffondere la buona novella del suo amore.

Missione

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  • L´obiettivo principale della Famiglia Internazionale è il miglioramento della qualità di vita degli altri mediante la condivisione del messaggio vivificante dell´amore, della speranza e della salvezza che troviamo nella Parola di Dio. Crediamo che l´amore di Dio — applicato a livello pratico nella nostra vita quotidiana — sia la chiave per risolvere molti dei problemi della società, anche nel mondo complesso e frenetico di oggi. Impartendo la speranza e l´orientamento che troviamo negli insegnamenti della Bibbia, crediamo di poter contribuire alla costruzione di un mondo migliore — cambiando il mondo un cuore alla volta.

Valori

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  • Vivere “per Lui”

    Mettiamo in azione la nostra fede e cerchiamo di raggiungere le persone turbate e afflitte, gli svantaggiati, gli oppressi e i bisognosi, facendolo per Gesù.

A proposito di LFI

LFI online è una comunità di membri della Famiglia Internazionale. LFIè una comunità cristiana internazionale impegnata a diffondere il messaggio dell'amore di Dio alle persone intorno al globo.

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Una serie di articoli che coprono i fondamenti della fede e della dottrina cristiana.
Vivere il Cristianesimo
Applicare gli insegnamenti della Bibbia alla nostra vbita di tutti i giorni a alle nostre decisioni.
Gesù - la sua vita e il suo messaggio
Principi fondamentali tratti dai Vangeli su cui costruire le nostre vite.